08/2000 – I FIORENTINI

Questo articolo è stato da me scritto per il numero di Dicembre 2000 del mensile Casentino 2000

Sono già arrivati. Anche quest’anno sono calati dalle montagne, varcando i crinali dell’appennino. Arrivano a frotte, a stormi. La loro invasione è lenta ma costante. Nulla può fermarli: nessuna forza della natura, nessun ordigno… niente.

Tipico mezzo di locomozione

I fiorentini cominciano ad arrivare in casentino all’inizio di Luglio, cioè quando la temperatura nella loro terra natia raggiunge apici da altoforno. Arrivano sulla loro 127 color caffellatte, qualcuno più moderno, con la Punto grigia, ma rigorosamente coi canini che scuotono la testa contropesata in bella evidenza nel cestino posto sotto al lunotto posteriore della vettura, appoggiati sopra all’immancabile plaid scozzese, acquistato decenni prima dell’ultima alluvione. Li vedi scendere sudati come lontre (perché i finestrini la si devan tenere ‘hiusi, ‘he la si piglia le malattie co le ventahe…): lui, con le gore di sudore di stile fantozziano, la cintura slacciata che penzola sotto alla trippetta, la camicia manica lunga, il gilet di lana a quadri d’ordinanza, il sandalo aperto ed il calzino di lana. Lei, col trucco oramai disfatto fin dall’Anchetta, e spalmato assieme al sudore su tutta la tappezzeria, cerca di darsi una sistemata e chiama l’Anas per farsi dare una mano di asfalto sulla faccia. Perché anche in campagna, la classe è la classe…Sui sedili, le foderine tipiche di pecora degli anni ’70, oramai facenti funzione di argine del lago di sudore che ivi ristagna.

Che il fiorentino sia intellettualmente superiore è un dato di fatto: del resto, il rinascimento non poteva avere la sua culla se non a Firenze, crogiuolo di menti artistiche e di geni del pensiero.

Questo lo si nota tuttoggi, nonostante le generazioni passate. Quando un fiorentino arriva, lo si capisce da lontano. Pochi altri, al mondo sarebbero in grado di palesare alle genti le loro doti artistiche, la loro vena creativa, i loro bizantinismi nell’uso improprio dei mezzi di locomozione. I loro parcheggi ricordano la perfezione delle geometrie dei marmi della facciata del Duomo di Firenze, le loro fughe sugli “STOP” ricordano le fughe di Bach, i sensi unici vengono rivisti e reinterpretati in schemi che definire originali sarebbe quantomeno riduttivo. Come non comprendere la loro natura, del resto? Il loro ambiente naturale li ha forgiati e le esperienze di vita creano la base di dati delle loro conoscenze… in poche parole, nei viali non ci sono gli STOP, ma solo i semafori: di conseguenza, il fiorentino adulto (che non è mica bischero) si fermerà solo ed esclusivamente al semaforo, giammai allo STOP. E’ una semplice legge che viene applicata anche in laboratorio sulle scimmie con sorprendenti risultati: bottone rosso: banana, bottone verde: scossa elettrica. Ora, se si considera che in casentino di semafori, per fortuna non ce ne sono poi tantissimi, possiamo comprendere il disagio di questi poveri avventori.

La definizione di “Turista”, a mio giudizio va molto stretta al fiorentino. Il turista infatti, visita, osserva, si informa, ammira. Il fiorentino arriva, getta scompiglio, infama ciò che non comprende cioè tutto, colonizza. Osserviamolo più da vicino.

L’agognato confine!

Una volta varcato il confine (La Consuma) il fiorentino tipico viene preso dal panico da guida Michelin. Egli infatti, ad ogni curva sente il bisogno di consultare la mappa stradale del Touring Club Italiano, edizione 1937. Giunto a questo chilometraggio, egli comincia ad essere un pesce fuor d’acqua: i viali sono oramai lontani, ogni curva, guard rail, cartello stradale, ogni ciuffo d’erba al lato della strada è una minaccia, un pericolo per l’incolumità della sua Fiat seminuova. E’ tutto così stretto con due sole corsie, così verde, con tutti quegli alberi al posto dei lampioni… è chiaro che ci si sente portati a viaggiare rigorosamente sopra la riga di mezzeria! E’ confortante.

Arrivati al Borgo alla Collina, primo avamposto a presidio del territorio casentinese, il fiorentino ha già totalizzato circa: 2 corriere della LFI mandate in fossetta per cercare di evitarlo, 7 pedoni spaventati da passaggi radenti alla Top Gun, 27 vetture smadonnanti in coda dietro di lui a causa della propria velocità (30km/h, a favore di vento). Una volta giunto in Casentino, il fiorentino, ritrovandosi in mezzo a paesi con meno di 700.000 abitanti si trova smarrito. Strade strette, ponti, fiumiciattoli, incroci senza semafori… Onde poter espletare i propri bisogni fisiologici, egli pensa di fermare la propria vettura nei pressi del primo Bar che incontra. Per fare ciò, infilerà la bellezza di tre sensi unici (dalla parte sbagliata, ovviamente), e parcheggerà di traverso sulle strisce davanti al portone del Pronto Soccorso.

Ma non lo fa per cattiva volontà o per ribellione: proprio non ci arriva. E’ candida la faccina beata del fiorentino che viene apostrofato pesantemente dal nostro concittadino casentinese quando l’oriundo gli parcheggia la centoventisette in giardino, sradicando tre metri di siepe con la retromarcia e facendo saltare il tavolino con le sedie comprate da Marino fa Mercato.

Nelle sistemazioni, poi il fiorentino tipo è incontentabile. L’albergo ovviamente non è all’altezza: non c’è l’ascensore (ma neanche il primo piano…), “per la holazione ‘iccaffellatte gliera diaccio marmaho”, la notte non dorme in quanto il plaid di lana sotto al coltrone non gli basta: perché in fondo siamo in campagna e la notte in campagna c’è freschino. Anche d’agosto. Ma il momento clou dell’esperienza del fiorentino in casentino è quando si accinge a visitare le bellezze artistiche della nostra terra. E’ testimone lo scrivente di una coppia di fiorentini i quali, con guida alla mano dentro a una pieve, leggendo “polittico ligneo del secolo XIII”, la signora si sia rivolta al marito dicendo: “ah ecco. anche questa l’ha fatta il Lignèo!”. Da notare che, come aggravante, stavano guardando il crocefisso.

E’ dura la vita del fiorentino in casentino. Addirittura drammatica se vuol raggiungere il santuario de La Verna. Già a Borgo alla Collina chiedono indicazioni, ringraziano e si dirigono felicemente verso Pratovecchio. Capito l’errore (la signora teneva la mappa al contrario), riprendono la strada fino a raggiungere Bibbiena. Una volta compreso che bisogna salire a Bibbiena alta per arrivare alla Verna, costeggiano viale Michelangelo e una volta giunti all’incrocio con l’indicazione per “Chiusi della Verna” diligentemente sbagliano direzione e si ritrovano al Corsalone. Rimandati indietro, impiegano circa due pieni del serbatoio della loro vettura per comprendere che davanti al ristorante “Da Spartaco” bisogna girare a sinistra. Ma girano poco a sinistra, ed invece di imboccare la strada indicata ancora una volta dall’apposito segnale, si infilano nel centro storico del paese, gettando scompiglio tra la popolazione residente. Per uscire dai sensi unici di Bibbiena, il fiorentino lascerà quale ricordo del proprio passaggio dei doverosi tributi quali strisciate di vernice nelle pietre della Porta de’ Fabbri, pezzi di paraurti nero negli angoli di via Poccianti. Tornato all’incrocio di cui sopra, finalmente comprende che quel cartello giallo a punta con la scritta nera “Chiusi della Verna” indica probabilmente che bisogna andare in quella direzione per il santuario. E qui, le tracce del nostro fiorentino si perdono, il quale rinfrancato dalla propria mappa guida felice tra le campagne verso l’agognata meta.

Un’altra categoria di fiorentini sono gli “oriundi”. Da sempre molti casentinesi si sono trasferiti per lavoro a Firenze. E molti di essi posseggono ancora la casa nella nostra vallata, nella quale trascorrono almeno 2 mesi d’estate. Ebbene, questi fiorentini differiscono di poco dai turisti. Imboccano ogni anno regolarmente il senso unico nella direzione sbagliata (nonostante quel senso unico sia li fin dal tempo del Cardinal Dovizi), sbagliano la strada (anche quella che li porta a casa), si fermano d’improvviso causando tamponamenti a catena, tengono velocità prossime ai 30km/ora perché non conoscono la strada.

E’ dura anche la vita del casentinese, costretto per due o tre mesi all’anno a convivere con questa piaga. Fin da piccoli si impara a guardare bene prima di attraversare la strada, ma da luglio a settembre, ci viene anche insegnato di stare attenti alle centoventisette caffellatte e alle punto grigie, o comunque a tutto quello che si muove e che riporti sulla targa la scritta “FI” o il giglio rosso. Sappiamo per esperienza che se davanti a noi c’è una macchina di Firenze, è meglio cambiare strada e fare la lunga: si arriva dopo, ma almeno si arriva… Mai dare indicazioni troppo precise ad un fiorentino: non le capirebbe, si spreca il fiato. Mai dire “vada verso Poppi, poi segue per Bibbiena”: bisogna parlare la loro lingua: “vada verso piazza Beccaria, dopo ‘issemaforo la gira a destra, la hosteggia ‘ipparcheggio, poi va fino in fondo per tre semafori poi la hiede…”

Tipico turista fiorentino

Alla fine dell’estate, quando gli alberghi smobilitano, le nuvole tornano a farla da padrone, i fiorentini caricano le loro valigie e ripartono a sciami verso le loro terre. Stanchi, perché la vita fuori dalla città è dura, ma rinfrancati nello spirito. E telefonando da Bibbiena ai figli per preannunciare la partenza, come d’obbligo diranno: “si siamo a Bibbona, si parte ora… I’mmare? Come i’mmare? La un s’è miha visto i’mmare. No un ci siamo andahi: gliera hattivo tempo…”.


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