Il 1 Maggio 2011 verrà beatificato Karol Wojtyla, papa Giovanni Paolo II. Già da mesi le televisioni ed i media in generale parlano dell’avvenimento mostrando folle di persone in delirio mistico al solo nominare il papa polacco. Chi è distante dalla dottrina (anzi, dall’indottrinamento) della chiesa cattolica, può guardare alla figura di Wojtyla col distacco della ragione. E analizzando la vita e l’operato del suddetto, non si nota l’aurea di santità, anzi! In breve, è stato uno dei pontificati più integralisti della storia, con l’appoggio incondizionato ai potenti (sanguinari o illuminati, che importa?), e la scure sui deboli.

Al di la della tristezza e ridicolaggine di un essere umano che va in giro a dire di essere il “rappresentante di dio in terra” , vediamo le azioni terrene che più di tutte hanno lasciato un segno tangibile.

BEATIFICAZIONE DEL CRIMINALE NAZIFASCISTA ALOYSIUS STEPINAC:

Papa Woityla ha beatificato – durante la sua visita in Croazia nell’ottobre 1998 – il dr. Aloysius Stepinac, vescovo cattolico, complice dei più atroci misfatti nazi-fascisti in Croazia durante il regime di Ante Pavelic dal 1941 al 1945. Stepinac, arcivescovo di Zagabria, fu al fianco dei fascisti Ustascia fin dal primo momento (come ha dimostrato senz’ombra di dubbio V. Novak, Principium et Finis veritas), da quando, cioè, il 10 Aprile 1941 ebbe luogo l’occupazione tedesca di Zagabria insieme alla proclamazione dell’indipendenza della Croazia dal regno di Jugoslavia, con a capo Ante Pavelic.

COPERTURA E NOMINA A CARDINALE DI PIO LAGHI:

Monsignor Pio Laghi, fu nunzio apostolico del Vaticano a Buenos Aires durante la dittatura dal 1974 e secondo numerose testimonianze, non solo giustificò pubblicamente la dittatura per motivi politici, ma coprì i delitti dei militari, aiutò e sostenne i vertici della Giunta di cui era intimo amico (giocava a tennis con Massera) , e contribuì allo “smistamento” dei figli dei desaparecidos, dati in adozione a generali e militari. Nel 1997 le Madri de Plaza de Mayo lo denunciarono ufficialmente per complicità e allegarono una serie di testimonianze sull’operato del nunzio, con queste parole:

«collaborò attivamente con i membri sanguinari della dittatura militare e portò avanti personalmente una campagna volta ad occultare tanto verso l’interno quanto verso l’esterno del Paese l’orrore, la morte e la distruzione. Monsignor Pio Laghi lavorò attivamente smentendo le innumerevoli denunce dei familiari delle vittime del terrorismo di Stato e i rapporti di organizzazioni nazionali e internazionali per i diritti umani».

Ma non basta: lo si accusò anche

«di aver messo a tacere le denunce internazionali sulla sparizione di più di trenta sacerdoti e sulla morte di vescovi cattolici. Pio Laghi provvide, con i membri dell’episcopato argentino, alla nomina di cappellani militari, della polizia e delle carceri che garantissero il silenzio sulle esecuzioni, le torture e gli stupri cui assistevano. Questi cappellani avevano l’obbligo non solo di confortare spiritualmente gli autori dei genocidi e i torturatori, ma anche, tramite la confessione, di collaborare con l’esercito estorcendo informazioni ai detenuti».

Ovviamente grazie all’immunità vaticana non fu mai processato.

BEATIFICAZIONE DI PIO IX, MANDANTE DELLA STRAGE DI PERUGIA, PER AVER CHIESTO L’INDIPENDENZA DALLO STATO PONTIFICIO:

Numerosi contemporanei descrissero l’accaduto. Così è raccontato nelle parole del Sottointendente militare Pontificio Monari:

« I soldati passarono sopra queste barricate, presero d’assalto tutte le case ed il convento ove uccisero e ferirono quanti poterono, non eccettuate alcune donne, e procedendo innanzi fecero lo stesso nella Locanda a S. Ercolano, uccisero il proprietario e due addetti, ed erano per fare altrettanto ad una famiglia americana, se un volteggiatore non vi si fosse opposto, ma vi diedero il sacco, lasciando nel lutto e nella miseria la moglie del proprietario e arrecando un danno di circa 2.000 dollari alla famiglia americana. Fatti simili sono accaduti in tre case, dappoiché il saccheggio ha durato qualche tempo durante il quale tre case sono stale incendiate. I soldati vincitori hanno fatto man bassa su tutto quanto loro capitava innanzi. »

(da Le stragi di Perugia – L’insulto a Dio, in «La Propaganda» n.461 del 2 luglio 1903)

Anche lo storico Pasquale Villari descrisse l’accaduto nella sua opera Storia generale d’Italia:

« Furono saccheggiate trenta case, nelle quali — per confessione dello stesso Schmidt — fu fatto massacro delle stesse donne; furono invasi un monastero, due chiese, un ospedale e un conservatorio di orfane, nel quale sotto gli occhi delle maestre e delle compagne due giovanette furono contaminate. Alle immanità dei saccheggiatori seguirono, come legittimo corollario, il Governo statario bandito a Perugia dallo Schmidt, le onorificenze largite a lui ed ai suoi satelliti dal pontefice e i solenni e pomposi funerali indetti, dal card. vescovo Pecci (oggi Papa Leone XIII) con la iscrizione satanicamente provocatrice messa sul catafalco: Beati mortui qui in Domino moriuntur … »

(Il risorgimento, in «Storia generale d’Italia», diretta da Pasquale Villari. F. Vallardi editore. Milano, 1881, pag. 376)

L’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, Stockton, scrisse al suo governo:

« Una soldatesca brutale e mercenaria fu sguinzagliata contro gli abitanti che non facevano resistenza; quando fu finito quel poco di resistenza che era stata fatta, persone inermi e indifese, senza riguardo a età o sesso, furono, violando l’uso delle nazioni civili, fucilate a sangue freddo »

(H. Nelson Gay, op. cit., p. 149)

Il New York Times, in riferimento alla vicenda della famiglia statunitense dei Perkins, testimone e vittima delle violenze, scrisse:

« Le truppe infuriate parevano aver ripudiato ogni legge e irrompevano a volontà in tutte le case, commettendo omicidi scioccanti e altre barbarità sugli ospiti indifesi, uomini donne e bambini. »

(The Massacre at Perugia – The outrage to Mr. Perkins and his Party, «New York Times», 25 giugno 1859)

SANTIFICAZIONE DEI PRETI SPAGNOLI FRANCHISTI:

Wojtyla ha santificato numerosi sacerdoti Spagnoli che durante la dittatura fascista di Francisco Franco, si schierarono in armi dalla parte del regime, desiderando espressamente che la chiesa tornasse ai tempi di Torquemada.

QUELLA USCITA SUL BALCONE COL DITTATORE SANGUINARIO PINOCHET…

Basterebbe leggere l’augurio che Wojtyla fece ad Augusto Pinochet per le nozze d’oro, per far capire in quanta considerazione tenesse questo sanguinario dittatore:

“Al generale Augusto Pinochet Ugarte e alla sua distinta sposa signora Lucia Hiriarde Pinochet, in occasione delle loro nozze d’oro matrimoniali e come pegno di abbondanti grazie divine, con grande piacere impartisco, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale”. Giovanni Paolo II

Chi era Augusto Pinochet? L’11 settembre 1973, tradendo la fiducia del Presidente Allende, lo destituì con un cruento colpo di stato militare. I leader del golpe usarono aerei da combattimento per bombardare il Palazzo Presidenziale che ospitava Allende, che rifiutò di arrendersi e morì (si sarebbe suicidato). Pinochet fu nominato a capo del concilio di governo della giunta vittoriosa, e si mosse per frantumare l’opposizione liberale del Cile, arrestando approssimativamente 130.000 individui in un periodo di tre anni.  La violenza e il bagno di sangue del colpo di stato continuarono durante l’amministrazione di Pinochet. Una volta al potere, Pinochet governò con il pugno di ferro. I dissidenti che erano stati assassinati per aver pubblicamente parlato contro la politica di Pinochet venivano definiti “desaparecidos”, scomparsi. Non si sa esattamente quanta gente sia stata uccisa dalle forze del governo e dei militari durante i 17 anni che rimase al potere, ma la Commissione Rettig elencò 2.095 morti e 1.102 “scomparsi”. I dissidenti invece diedero stime molto più alte, fino a 80.000 morti. Tra le vittime, ucciso nello stadio di Santiago insieme a molti altri, anche il regista e cantante Victor Jara. Anche la tortura era usata comunemente contro i dissidenti. Migliaia di cileni lasciarono il Paese per sfuggire al regime.

IL PROFILATTICO? E’ PECCATO!

Uno dei cavalli di battaglia di Wojtyla è stata la condanna dell’uso del profilattico, per ribadire il solito ottuso e criminale dogma di “castità”

Secondo le Nazioni Unite, nell’Africa sub-sahariana le persone infettate dal virus dell’HIV sarebbero circa 22 milioni, cifra pari ai due terzi del totale mondiale. Ogni giorno l’HIV uccide oltre cinquemila persone. 14 milioni di bambini sono orfani a causa dell’Aids e 700 mila bambini nascono infetti ogni anno.

E non solo in Africa. Il profilattico salva la vita a milioni di persone in tutto il mondo in quanto impedisce la diffusione di tutte le malattie sessualmente trasmissibili.

 

COMPLETA CHIUSURA ALLE ALTRE CONFESSIONI:

Con la propria enciclica “Veritatis Splendor” ha specificato che “fuori dalla Chiesa di Roma non esiste salvezza né verità”: non c’è da meravigliarsi che il patriarca cristiano russo-ortodosso non abbia mai voluto Wojtyla sul suolo russo.

PAROLA D’ORDINE: MARKETING!

Nella storia della chiesa, i 33 papi precedenti avevano nominato 296 santi e 1319 beati. Wojtyla da solo ha totalizzato 500 santi e 1350 beati. Potete immaginare quanto è cresciuto il mercato di medagliette, santini, immagini sacre, statuette?

AMEN!

Potrei commentare con tutta l’incazzatura del caso le parole di uno psicotico pedofilo pluriindagato che sta massacrando uno Stato pur di scampare alla legge, con le quali definisce “brigatisti” ed “eversivi” i magistrati che indagano sulle sue innumerevoli malefatte. Ma mi asterrò. Gli ho dedicato anche troppo tempo a quel’essere maledetto.

Copio e incollo senza aggiungere niente, l’intervento di “Pierino” sul forum di www.ammazzatecitutti.org , che si può leggere all’indirizzo http://www.ammazzatecitutti.org/forum/lofiversion/index.php/t1204.html

Francesco FERLAINO , il giorno 3 luglio 1975 verso le ore 13,30 stava rientrando nella propria abitazione a Lamezia Terme provenendo da Catanzaro dove aveva svolto la consueta attività lavorativa quale Avvocato Generale presso la Corte di Appello di Catanzaro. Egli, mentre stava scendendo dall’autovettura in prossimità dell’abitazione, veniva attinto alla schiena da due colpi di fucile esplosi da due sconosciuti che si trovavano a bordo di un’autovettura Alfa-Romeo; al fatto erano presenti altre persone di passaggio.

Francesco COCO, il giorno 8 luglio 1976, mentre stava rincasando in Genova facendo ritorno dall’ufficio, veniva colpito a morte da alcuni colpi di rivoltella, esplosi alle spalle a bruciapelo, e nello stesso modo perdevano la vita gli agenti di scorta il brigadiere Giovanni Saponara e l’appuntato Antioco Deiana. Dalle indagini svolte nelle immediatezze, risultava che l’agguato era stato compiuto da cinque persone. Due ore dopo il fatto criminoso, nell’aula della Corte di Assise di Torino, dove si stava celebrando il processo a carico di noti appartenenti all’organizzazione terroristica denominata «Brigate Rosse» (tra cui, Curcio, Franceschini, Ferrari), uno degli imputati leggeva un messaggio nel quale la detta organizzazione rivendicava la paternità del triplice omicidio. L’efferato episodio trovava indubbia causa nell’intendimento dei terroristi di volere punire il comportamento tenuto dal Procuratore Generale nel 1974 in occasione della liberazione del sostituto procuratore della Repubblica Mario Sossi, sequestrato per vario tempo dalle «Brigate Rosse». In particolare, onde ottenere la liberazione del Sossi, la Corte di Assise di Appello di Genova aveva concesso la libertà ad alcuni detenuti, subordinando l’effettiva scarcerazione alla condizione che fosse assicurata l’integrità fisica del dr. Sossi; peraltro, quest’ultimo, una volta liberato, presentava la frattura di una costola e segni di pregresse lesioni, per cui Coco, Procuratore Generale, non eseguiva l’ordinanza di scarcerazione dei detenuti, la impugnava per cassazione ottenendone l’annullamento dalla Suprema Corte.

Vittorio OCCORSIO, il 10 luglio 1976 verso le ore 8,15, lasciava la sua abitazione sita in Roma Via Mogadiscio, per recarsi in ufficio presso la Procura della Repubblica, da solo a bordo della propria autovettura; a poca distanza, all’altezza di Via Giuba, veniva attinto da raffiche di mitra esplose da una o più persone a bordo di una motocicletta; il magistrato, colpito in diverse parti del corpo, decedeva immediatamente. All’interno della autovettura, venivano rinvenuti alcuni stampati con i quali il «Movimento Politico Ordine Nuovo» rivendicava l’esecuzione del magistrato, ritenuto colpevole «di avere, per opportunismo carrieristico, servito la dittatura democratica perseguitando i militanti di Ordine Nuovo e le idee di cui essi sono portatori».In realtà, Occorsio aveva proceduto all’istruzione di due distinti procedimenti a carico di numerosi esponenti e militanti del movimento suindicato, imputati di ricostituzione del partito fascista. Il primo processo era stato definito in primo grado con sentenza del 21 novembre 1973 della 1ª Sezione Penale del tribunale di Roma, a seguito della quale il Ministro dell’interno aveva ordinato lo scioglimento del movimento; il secondo processo, mentre era in corso di trattazione avanti la 3ª sezione penale pure del tribunale di Roma, era stato sospeso con ordinanza del Collegio in data 27 gennaio 1975, avverso la quale Occorsio aveva proposto ricorso per cassazione, accolto dalla Suprema Corte. Il magistrato, negli anni ’70, aveva, altresì, istruito il processo per la strage avvenuta il 12 dicembre 1969 a Milano – Piazza Fontana – presso la Banca Nazionale della Agricoltura, collegata agli attentati avvenuti in pari data nella Capitale; detto procedimento, in sede dibattimentale era stato rimesso all’autorità giudiziaria di Milano per motivi di competenza.

Riccardo PALMA era direttore dell’ufficio VIII della Direzione Generale per gli Istituti di prevenzione e pena, che si occupa di edilizia penitenziaria. Il 14 febbraio 1978, il predetto lasciava la sua abitazione sita in Roma Piazza Lecce 11 verso le ore 9,30 per raggiungere l’ufficio presso il Ministero di Grazia e Giustizia; giunto in Via Forlì, mentre stava per salire sulla propria autovettura ivi parcheggiata, veniva colpito da raffiche di mitra Il magistrato, attinto al torace ed al viso decedeva immediatamente.

Girolamo TARTAGLIONE percorreva una brillante carriera in magistratura, ricoprendo posti di merito quale sostituto procuratore della Repubblica a S. Maria Capua Vetere ed a Napoli, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di S. Angelo dei Lombardi, consigliere della Corte di Appello di Bari; nonché successivamente svolgeva la sua attività prima come applicato al Massimario della Corte di Cassazione e poi come Consigliere della Corte, addetto alle sezioni penali, con assegnazione anche alle Sezioni Unite Penali. Espletava le ulteriori funzioni quale Avvocato Generale presso la Corte di Appello di Napoli, e, quindi, nel 1976 veniva collocato fuori ruolo per esercitare le funzioni di direttore generale degli Affari Penali, presso il ministero di Grazia e Giustizia. La sua competenza ed attività nel settore penale, penitenziario, della criminologia erano conosciute ed apprezzate anche all’estero. Il giorno 10 ottobre 1978, il magistrato subiva un’azione terroristica che lo conduceva a morte; l’attentato era rivendicato da organizzazioni sovversive.

Fedele CALVOSA, il giorno 8.11.1978, subiva un gravissimo attentato in Patrica riportando ripetute ferite da arma da fuoco che ne provocavano il decesso per “shock traumatico ed emorragia consecutiva”. Il delitto veniva rivendicato da formazioni politiche eversive.

Emilio ALESSANDRINI profondeva notevolissimo impegno nell’istruzione del processo per la strage di Piazza Fontana, dopo che il procedimento era stato trasmesso all’autorità giudiziaria di Milano per incompetenza di quella di Roma. Il 29.1.1979, verso le ore 8,30 il magistrato accompagnava con la propria autovettura il figlio Marco alle vicine scuole elementari; quindi, si dirigeva verso la propria abitazione per ivi parcheggiare il mezzo e poi recarsi a piedi in ufficio, presso la Procura della Repubblica. Fermatosi all’incrocio tra Viale Umbria e Via Muratori in Milano, ove era collocato un semaforo, veniva aggredito da due persone, facenti parte di un gruppo più ampio di cinque, che gli si avvicinavano esplodendogli contro numerosi colpi di pistola, che provocavano la subitanea morte di Alessandrini. Poco più tardi nella stessa mattinata, l’omicidio veniva rivendicato, tramite una telefonata alla redazione di un giornale, dall’ “Organizzazione Comunista Combattente Prima Linea”; di eguale tenore era un volantino diffuso poco dopo.

Cesare TERRANOVA dal 1958 al 1971 prestava servizio al Tribunale di Palermo quale giudice istruttore penale; nel 1971 veniva nominato Procuratore della Repubblica presso il tribunale di Marsala (dove prendeva servizio nel giugno dello stesso anno). Collocato in aspettativa per motivi elettorali il 20 maggio 1972 veniva eletto alla Camera dei Deputati per il collegio XXVIII/Catania, ed in tale legislatura faceva parte della IV Commissione Giustizia, nonché partecipava in qualità di segretario alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della «mafia» in Sicilia. In data 2 luglio 1976, veniva rieletto deputato per la VII legislatura. Al termine della legislatura, Terranova, con istanza in data 14 giugno 1979, chiedeva di essere richiamato in ruolo dall’aspettativa per mandato parlamentare e destinato al tribunale di Palermo con funzioni di Consigliere istruttore. Il Consiglio Superiore, con deliberazione del 10 luglio 1979, lo richiamava in servizio assegnandolo alla Corte di Appello di Palermo in qualità di consigliere, e di tale ufficio il magistrato prendeva possesso il 31 agosto 1979. Il 25 settembre dello stesso anno, verso le ore 8,30, Terranova, a bordo della sua vettura, si apprestava a lasciare l’abitazione per recarsi in ufficio, allorché veniva fatto segno di colpi d’arma da fuoco, che ne determinavano il decesso. Insieme a lui veniva colpito il maresciallo dr P.S. Lenin Mancuso, che pure decedeva poco dopo.

Nicola GIACUMBI La sera del 16 marzo 1980 stava per rientrare a casa in Salerno assieme alla moglie, allorché due individui scendevano da una macchina parcheggiata in prossimità dell’abitazione e, avvicinatisi al magistrato, esplodevano contro di lui numerosi colpi d’arma da fuoco che ne provocavano la morte. L’esecuzione veniva rivendicata dall’organizzazione terroristica denominata «Brigate rosse – colonna Fabrizio Pelli».

Girolamo MINERVINI ha svolto una intensissima attività in magistratura, profondendo il suo impegno in settori vari e distinguendosi in tutti per l’apporto professionale, culturale ed organizzativo fornito. Già in giovane età, negli anni dal 1947 al 1956, veniva assegnato al Ministero di Grazia e Giustizia – Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena -, dove dirigeva nell’ultimo periodo l’Ufficio II (personale di custodia). Trascorreva, quindi, un lungo periodo presso la Procura generale della Cassazione in qualità di applicato prima di tribunale e poi di appello; nel 1968 veniva nominato segretario presso il Consiglio Superiore della Magistratura. Dopo un breve periodo, durante l’anno 1973, nel quale prestava servizio presso la Corte di Appello di Roma in qualità di consigliere, faceva ritorno al Ministero di Grazia e Giustizia con funzioni di capo della segreteria della Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena.Quindi, nel novembre 1979 era ricollocato in ruolo e destinato alla Procura Generale della Cassazione con funzioni di sostituto. Il 18 marzo 1980 a Roma, a seguito di un’azione terroristica, Minervini veniva ucciso. Il delitto era rivendicato da formazioni politiche eversive.

Guido GALLI svolgeva le funzioni di giudice istruttore penale presso il tribunale di Milano. Il suo impegno culturale e professionale nel campo del diritto veniva esercitato anche in sede universitaria, nel cui ambito Galli teneva corsi di criminologia prima presso l’Università di Modena e successivamente presso quella di Milano.Il 18 marzo 1980 era vittima di un’azione terroristica che ne causava la morte. Il delitto era rivendicato dalla formazione politica eversiva denominata «Prima linea – sezione Romano Tognini».

Mario AMATO svolgeva funzioni di sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Rovereto dal settembre 1971 a metà anno 1977. Il 30 giugno di detto anno prendeva servizio presso la Procura della Repubblica di Roma sempre in qualità di sostituto. Nell’esercizio delle funzioni in Roma, istruiva delicatissimi processi concernenti il c.d. «terrorismo nero», ricevendo minacce ed «avvertimenti» di vario genere. Il 23 giugno 1980, mentre si trovava presso la fermata dell’autobus che doveva portarlo presso gli uffici della Procura in Piazzale Clodio, il magistrato veniva colpito con un colpo di arma da fuoco alla testa e decedeva nelle immediatezze. L’uccisione veniva rivendicata da formazioni politiche eversive.

Gaetano COSTA, il giorno 6 agosto 1980 verso le ore 19,15, usciva dalla sua abitazione in Palermo per effettuare una passeggiata a piedi. Egli si trovava nella centrale Via Cavour sul marciapiede di fronte a quello ove era posta una sala cinematografica; improvvisamente, veniva colpito alle spalle da uno sconosciuto con tre colpi di pistola. Ne conseguiva il decesso del magistrato. Il dott. Costa, dal 1966 al 1978, esercitava le funzioni di Procuratore della Repubblica a Caltanissetta e nel luglio 1978 prendeva possesso del nuovo ufficio di Procuratore della Repubblica di Palermo.

Gian Giacomo CIACCIO-MONTALTO, entrato in magistratura nel 1970, veniva assegnato nel settembre 1971, con il conferimento delle funzioni giurisdizionali, alla Procura della Repubblica di Trapani in qualità di sostituto. In detta sede, il giovane magistrato mostrava un impegno elevatissimo affrontando nel modo più adeguato indagini e problematiche processuali delicatissime in campo mafioso. Il 25 gennaio 1993, a seguito di un grave attentato, il magistrato veniva ucciso con colpi di arma da fuoco.

Bruno CACCIA svolgeva tutta la sua attività in magistratura espletando funzioni requirenti, prima come sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Torino, poi come Procuratore della Repubblica di Aosta e successivamente come sostituto procuratore generale presso la Procura Generale di Torino; nel 1980 veniva nominato Procuratore della Repubblica di Torino. Caccia si segnalava per avere partecipato negli anni 74-75 con il massimo impegno e diligenza all’istruzione (prima da solo e poi con il Giudice Istruttore) del gravoso ed imponente processo contro gli appartenenti alle «Brigate rosse» che si erano resi colpevoli del sequestro del Sostituto Procuratore di Genova Mario Sossi e di altri efferati delitti (il processo era stato spostato per competenza a Torino ai sensi dell’art. 60 C.P.P. previgente). Il 26 giugno 1983 in Torino, il magistrato subiva un gravissimo attentato terroristico che, a causa delle numerose ferite da arma da fuoco riportate al capo ed al corpo, ne provocava la morte.

Il 29 luglio 1983 verso le ore 8,10 del mattino, in Via Giuseppe Pipitone Federico in Palermo, all’altezza del civico 59 ove abitava Rocco CHINNICI, Consigliere istruttore del Tribunale di Palermo, esplodeva violentemente una Fiat 126 pieno di carica di esplosivo. Nell’occorso decedevano il dr. Chinnici, (il quale si apprestava a salire in macchina per recarsi in Tribunale), il Maresciallo dei Carabinieri Mario Trapassi e l’Appuntato Salvatore Bartolotta, addetti al servizio di scorta del magistrato, nonché il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi; venivano ferite anche 19 persone, fra le quali quattro Carabinieri addetti pure alla tutela di Chinnici. Il magistrato, nominato Consigliere istruttore aggiunto presso il Tribunale di Palermo nel gennaio 1975 e Consigliere istruttore del medesimo ufficio nel gennaio 1980, dava un apporto decisivo nell’organizzare in modo adeguato e razionale l’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, nell’intento di intervenire ed incidere in modo efficace e duraturo sul gravissimo fenomeno mafioso; all’uopo, conduceva e concludeva indagini di assoluta rilevanza e delicatezza, avvalendosi di un pool di colleghi di alto valore, tra cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

I Carabinieri di Trapani rinvenivano, il giorno 14 settembre 1988 alle ore 8,35 sulla Via Falconara di Locogrande (centro nelle vicinanze di Trapani) il cadavere di Alberto GIACOMELLI, già presidente della Sezione penale del Tribunale di Trapani, collocato in pensione il 1 maggio 1987. Il cadavere, supino sul margine destro dell’indicata via, era posto dietro l’autovettura di proprietà dell’ex-magistrato, presentava un colpo di arma da fuoco alla regione temporale destra ed un altro al lato destro dell’addome. Le indagini successivamente svolte in sede giudiziaria evidenziavano che il delitto era stato organizzato e portato a compimento da componenti della criminalità organizzata locale.

La sera del 25 settembre 1988, intorno alle ore 22, Antonino SAETTA, Presidente della 1ª Corte d’Assise d’Appello di Palermo, partiva in macchina assieme al figlio Stefano da Canicattì, dove la moglie esercitava l’attività di farmacista, per raggiungere la sua abitazione in Palermo. Mentre stava percorrendo la S.S. 640 in direzione di Caltanissetta, all’altezza del km. 48,500, l’autovettura del magistrato veniva affiancata da altra autovettura i cui componenti incominciavano ad esplodere colpi di arma da fuoco contro Saetta ed il figlio, così facendo per tutto il sorpasso, e provocando, tra l’altro, la rottura del parabrezza e dei vetri degli sportelli. La macchina del magistrato si fermava circa 100 metri in avanti in posizione di normale sosta, per cui, gli assassini, non sicuri che gli occupanti del mezzo fossero deceduti, scendevano dalla loro autovettura e colpivano ancora ripetutamente le vittime in modo definitivo. Saetta ha svolto una lunga carriera esercitando molteplici funzioni, quale giudice di tribunale a Caltanissetta e Palermo, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Sciacca, Consigliere di Corte di appello a Genova e Palermo, Presidente di Sezione presso la Corte di appello prima di Caltanissetta e, poi, di Palermo

Rosario Angelo LIVATINO svolgeva funzioni di sostituto procuratore della repubblica presso il Tribunale di Agrigento nel periodo del 24 settembre 1979 all’agosto 1989; in data 28 agosto 1989 veniva trasferito al Tribunale di Agrigento in qualità di giudice addetto alla sezione penale. Nell’espletamento di entrambe le funzioni, il magistrato si occupava di delicati procedimenti concernenti persone associate alla mafia. Il 21 settembre 1990 alle ore 8,45 circa, Livatino si allontanavano in macchina da Canicattì dove risiedeva per recarsi in Agrigento presso il Tribunale; giunto a 5 Km da quest’ultima località, venivano esplosi vari colpi di arma da fuoco contro di lui, il che determinava la rottura del parabrezza anteriore e del lunotto posteriore del suo mezzo. Il magistrato, rilevato di essere bloccato da altro autoveicolo, faceva marcia indietro andando ad urtare contro il gard-rail, scendeva dall’auto e fuggiva a piedi attraverso la scarpata sottostante, ove, inseguito dagli aggressori scesi da una motocicletta, veniva colpito in modo mortale.

Antonio SCOPELLITI svolgeva la carriera di magistrato nell’esercizio di funzioni requirenti, come sostituto presso la Procura della Repubblica di Roma e, per diversi anni, presso quella di Milano; veniva, poi, nominato magistrato di appello applicato alla Procura Generale della Cassazione ed in prosieguo Sostituto Procuratore Generale. Nell’espletamento sia delle funzioni di merito che in sede di legittimità, più volte era titolare, in sede requirente, di processi di notevole rilievo. In data 9 agosto 1991 verso le ore 17,25, Scopelliti, in ferie nella terra d’origine, stava percorrendo a bordo della sua autovettura la strada provinciale di collegamento tra Villa S. Giovanni e Campo Calabro, allorché era affiancato da altra vettura, dalla quale venivano esplosi due colpi di arma da fuoco che colpivano il magistrato nella parte sinistra del collo; l’auto con a bordo Scopelliti precipitava in un vigneto sottostante capovolgendosi, ed il predetto decedeva.

Giovanni FALCONE, entrato in magistratura nel 1964, svolgeva le funzioni giurisdizionali quale Pretore di Lentini, sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Trapani e giudice presso lo stesso Tribunale; nel luglio 1978 veniva trasferito al Tribunale di Palermo ove esercitava le funzioni di giudice istruttore penale; nell’ottobre1989 veniva trasferito alla procura della Repubblica di Palermo in qualità di procuratore aggiunto. Nel marzo 1991 era collocato fuori ruolo per assumere l’incarico di Direttore generale degli Affari Penali presso il Ministero di Grazia e Giustizia. Falcone, unitamente ai consiglieri istruttori dell’epoca e ad altri colleghi dell’ufficio istruzione, dava un impulso eccezionale alle indagini intese a circoscrivere e debellare il fenomeno mafioso. Tra le indagini più rilevanti va ricordato il processo a carico di Spatola Rosario e altri 119 imputati, avente ad oggetto i reati di associazione a delinquere, traffico di stupefacenti, ricettazione ed altri illeciti penali, con collegamenti con altre pericolose associazioni mafiose nazionali ed internazionali (la sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio constava di 1000 pagine). Di gran rilievo, era il lavoro svolto da Falcone, unitamente ai colleghi Paolo Borsellino – Leonardo Guarnotta – Giuseppe Di Lello, nell’istruzione del procedimento penale contro Abbate Giovanni + altri 706 imputati (c.d. maxiprocesso), ai quali era contestata la perpetrazione di circa un centinaio di omicidi, l’associazione per delinquere di stampo mafioso, lo spaccio di grandi quantità di droga ed altri delitti (la sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio constava di oltre 8000 pagine raccolte in 40 volumi). Il 23 maggio 1992, Falcone, unitamente alla moglie Francesca Morvillo anch’ella magistrato, faceva ritorno mediante aereo militare a Palermo proveniente da Roma. I predetti stavano percorrendo, a bordo di un’auto blindata scordata da altre due vetture blindate, l’autostrada che congiunge l’aeroporto di Punta Raisi con Palermo, allorché, all’altezza della località «Capaci», aveva luogo una violentissima esplosione che creava un profondo cratere nella sede stradale. Nell’occorso, perdevano la vita i due magistrati e gli agenti Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schisano.

Francesca MORVILLO decedeva, appunto, assieme al coniuge Giovanni Falcone nell’attentato di Capaci il 23 maggio 1992. Nel corso della carriera, esercitava le funzioni di giudice del tribunale di Agrigento, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Palermo, di Consigliere della Corte di appello di Palermo. All’epoca dell’attentato, era componente della Commissione per il concorso di accesso in magistratura.

Paolo BORSELLINO, entrato in magistratura nel 1964, esercitava le funzioni giurisdizionali quale giudice del Tribunale di Enna, pretore di Mazara del Vallo e di Marsala; nel 1975 prendeva servizio presso il Tribunale di Palermo ove svolgeva le funzioni di giudice istruttore penale; nel luglio 1986 veniva nominato procuratore della Repubblica di Marsala, e nel marzo 1992 faceva ritorno negli uffici palermitani assumendo le funzioni di procuratore della Repubblica aggiunto. Borsellino, unitamente a Giovanni Falcone, faceva parte, nel periodo della sua permanenza presso l’ufficio istruzione penale del tribunale di Palermo, del pool di magistrati (diretto dai Consiglieri istruttori Rocco Chinnici prima, e Antonio Caponetto poi) impegnato in modo professionale elevatissimo e con una dedizione a tempo pieno eccezionale ad inquisire la criminalità mafiosa nei suoi più svariati aspetti. Il predetto, tra gli altri, istruiva il processo a carico della mafia di Altofonte con 21 imputati, quello a carico di Bonanno ed altri nove coimputati per l’omicidio in persona del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, il procedimento a carico di Filippo Marchese e altri 14 imputati per l’omicidio in persona del vice Questore Boris Giuliano. Partecipava all’istruzione, assieme a Giovanni Falcone, Leonardo Guarnotta, Giuseppe Di Lello, del c.d. maxi-processo contro la mafia, con 707 imputati, che imponeva ai magistrati un lavoro di indagini di assoluta complessità e delicatezza, che si concludeva con la redazione di una sentenza-ordinanza di oltre 8.000 pagine (in cui la posizione di ciascuno dei 475 imputati rinviati a giudizio veniva compendiata in apposite schede); tale imponente lavoro istruttorio consentiva una conoscenza del tutto inedita del fenomeno mafioso. Il giorno 19 luglio 1992 – domenica (a meno di due mesi dall’eccidio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e di tre agenti della scorta), verso le ore 18, Paolo Borsellino si stava recando a visitare la madre in Via D’Amelio a Palermo; giunto davanti al portone d’ingresso scendeva dall’auto blindata sotto la vigilanza della scorta: in quel momento si verificava una deflagrazione violentissima proveniente da un’autovettura FIAT 126 parcheggiata di fronte al portone che determinava danni gravissimi alle abitazioni circostanti e a numerose vetture parcheggiate nelle vicinanze. Così il magistrato perdeva la vita, e con lui cinque agenti: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Claudio Traina, Vincenzo Limuli.

Luigi DAGA, direttore dell’Ufficio Studi e Ricerche del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria presso il Ministero di Grazia e Giustizia, veniva inviato in missione al Cairo dal 23 al 29 ottobre 1993 per partecipare, in qualità di relatore, al VI Congresso dell’Associazione egiziana di Diritto Criminale. Il magistrato avrebbe dovuto svolgere una relazione nell’ambito della tavola rotonda sul nuovo codice penale francese ed il progetto di riforma del codice penale italiano. Il 26 ottobre, il predetto subiva un sanguinoso attentato presso l’Hotel Semiramis de Il Cairo, che ne provocava poi, il decesso in Roma il successivo 17 novembre 1993. Daga, che ha trascorso una lunga parte della sua carriera presso gli uffici dell’Amministrazione Penitenziaria, era uno studioso e profondo conoscitore, apprezzato in sede internazionale, di ogni problematica del «carcere» e del mondo penitenziario.

Non dimentichiamo inoltre i 29 carabinieri e poliziotti morti per la difesa dei magistrati

Fonte: ufficio studi del CSM

Questa considerazione fatta dalla amica Martina sulla approvazione dela legge salvaberlusconi, merita di essere tramandata…

Considerando che quel nano di merda sarà al potere fino alla sua morte naturale, e per il dopo avremo tutta la schiera di figli di prime, seconde, terze quarte nozze, l’unica cosa da fare è andarsene. Questo è stato da sempre un

paese di razza bastarda, antropologicamente, politicamente, geograficamente. Poi ogni tanto arriva un cialtrone che si fa bello e conquista tutto il paese e faquel che vuole: un po come quando tiri le palline di mollica all’orso spelacchiato e quello, che sta in gabbia da vent’anni, ti adora per quel gesto magnanimo…

Io dovrei pensare di mettermi nei debiti per comprare una casa, mettere su famiglia, fare un figlio in questo paese? Dico, stiamo scherzando? Qui non c’è solo la fuga di cervelli, qui c’è la fuga e basta. Mi fanno ridere quelli che dicono “no, devi rimanere e combattere”. Si, ecco, bravi, combattete pure ma solo fino alle sette perché dopo c’è Affari tuoi e Il Grande Fratello….
ITALIANI DI MERDA!

Ieri il Corriere della Sera titolava:

Il nuovo progetto di Bill Gates:
«Inventatemi una toilette senz’acqua»

Mister Microsoft rivela: ho incaricato un team di tecnici, nel mondo ci sono troppi sprechi

Ora, che la Microsoft di cacate ne avesse fatte tante nella sua storia lo sapevamo un po tutti, ma che fosse ufficializzata una discesa in campo nel settore dei sanitari, questa non ce la saremmo mai aspettata!

Immaginiamoci il Cesso Microsoft: hai la colite, arrivi appena in tempo al bagno. Alzi la tavoletta e sul display compare la richiesta della password. Digitata la password, devi aspettare che se ne vada la clessidra, che compaiano tutte le iconcine in basso a destra, e che venga riconosciuta la connettività internet (4 minuti). Cerchi di metterti a sedere ma ti accorgi che non c’è il buco del cesso! Per ottenerlo, devi confermare il codice seriale tramite un collegamento internet. Il cesso ti dice che non sei connesso ad internet. Spegni e riaccendi il cesso. Stessa procedura, e non ti vene ancora riconosciuto il collegamento internet. Allora fai una chiamata al numero 800534042. Digiti le 78 cifre del codice seriale. Una voce registrata ti dice che il seriale non viene riconosciuto. Chiedi di parlare con un operatore. Dopo 25 minuti, parli con l’operatore tunisino che non parla italiano. Gli dici le 78 cifre e lui ti da il codice di sblocco di altre 78 cifre.Le inserisci nel terminale e finalmente ti si apre il buco dove espletare. Però ti viene un dubbio: per avere la carta igienica? Devi scaricare il Framework 4: 32GB di aggiornamento software per il tuo cesso. Dopo 2 ore di installazione, devi riavviare il cesso. E tu sei li con la colite fulminante… Quando il cesso riparte, alzi la tavoletta e compare una schermata blu di errore. Riavvii il cesso. Finalmente posi le tue chiappe sulla tavoletta. Compare una scritta: “attenzione: natiche non riconosciute. Vuoi scaricare il driver da Microsoft Update?”. Proviamo a cliccare SI. Ecco che compare la richiesta di iscriversi al servizio Microsoft Live Paper, utilizzando il tuo account di Microsoft Live. Ma io non sono utente di Microsoft Live! Ok, no problem, devi crearti un account di posta con Hotmail, poi registrarti su Live. Successivamente potrai usare la carta igienica. Per creare la casella di posta su Hotmail, devi scaricare l’aggiornamento al Framework 4.2 (54GB). E tu sei li con la colite che preme… A metà dell’aggiornamento compare la schermata di errore. Ti alzi, bestemmi, riavvii il cesso. Alzi la tavoletta e ti accorgi che devi registrarti ancora con codice seriale perché si è sconfigurato. Ti riconnetti ad internet e ti ri-registri. Posi finalmente le natiche, e compare una schermata. “Sei sicuro di voler defecare? [SI] [NO]”. Esausto, clicchi su SI. Clessidra… Schermata: “Si è verificato un errore, codice #H33Df23F44”.

Ti alzi, e vai a cacare in giardino.

Se vi dovessero pagare con un assegno, sappiate che nel nostro paese è carta straccia. Pur essendo un titolo di pagamento legittimo, i nostri simpatici bancari si guardano bene dall’accettarlo. Anzi, ti va bene se non ti guardano come un malavitoso.

La mia disavventura inizia con l’arrivo di una somma che un istituto bancario di prim’ordine mi doveva. Ovviamente, tra le condizioni del pagamento avevo ben specificato di versarmi la cifra sul mio conto corrente, fornendo le esatte coordinate bancarie. Bene, dopo 2 mesi circa, sorpresona, mi arriva l’assegno invece del bonifico. Intestato a me, clausola “Non trasferibile”. Ad un profano sembrerebbe inattaccabile. Provo subito ad andare a cambiarlo in una delle banche del mio paese. Alla mia richiesta di cambiare l’assegno, i cassieri mi guardano, guardano quel rettangolino di carta azzurrognolo, sgranano gli occhi e mi dicono: “ah no, quello non si può mica cambiare… Ma lei ha il conto qui da noi?” La tentazione è di rispondergli “ovvio che non ce l’ho il conto qui da voi, siete una associazione per delinquere finalizzata alla truffa, al raggiro, alla appropriazione indebita ed alla circonvenzione d’incapace!” ma mi trattengo, conto fino a tre e rispondo pacifico: “no, non ce l’ho, ma da nessuna parte sta scritto che io debba versarlo su un VOSTRO conto… Qui c’è scritto ‘Pagate a vista’…” Il cassiere non si scompone… “Ah no, io non glielo cambio…”. A nulla sono valsi i colloqui col direttore della filiale. Benissimo, anche se la cosa non mi va giù, gli chiedo obtorto collo di aprire un conto corrente da loro. La risposta è da fantascienza: “eh no, non glielo apriamo, tanto sappiamo che una volta incassato l’assegno lei lo chiude…”

Gli rido in faccia e prima di andarmene gli dico che se mi fossi azzardato io a fare un discorso del genere ad un mio cliente, sarei stato licenziato in tronco.

Stesso copione in altre 3 banche. Alla fine, stremato provo l’ultima carta: LE POSTE! Qui, oltre alla stesse risposte negative sulla possibilità di cambiare l’assegno o di aprire un conto, mi propongono di aprire un “libretto” e di versare li l’assegno. Gli chiedo in quanto tempo saranno disponibili i soldi in questo modo: EH UN MESE CI VORRA’SENZALTRO!

Mi metto l’anima in pace, sono le 18 e non ho voglia di incavolarmi oltre. Mi collego ad internet, vado sul sito delle poste, apro un conto corrente online. Nelle istruzioni mi viene detto di presentare il contratto allo sportello postale da me scelto per perfezionare l’apertura del conto.  Perfezionare è una parola grossa… infatti l’indomani mi presento all’ufficio postale da me scelto, nella città in cui lavoro. Prendo il bigliettino, E309. Sono le 13:08. Alle 14:15 finalmente è il mio turno (su 8 sportelli ne funzionavano più o meno due). Qui la cassiera mi guarda come per dire “ma come, hai aperto un conto online e ora vieni da me? ma che vuoi?”. Poi mi spiega: il contratto non doveva portarlo qui da noi, ma mandarlo all’indirizzo specificato nel sito, a Roma. Protesto: “ma come, e qui cosa c’è scritto?” e gli mostro la pagina del contratto in cui veniva specificato di andare all’ufficio postale col contratto. Mi spiega che il contratto va spedito alla sede delle Poste a Roma, e che per aprirlo ci vorranno una ventina di giorni…
Sono al limite della sopportazione, e gli chiedo: ma per aprire un conto corrente ORDINARIO? “Ah se vuole, possiamo farlo anche qui” mi spiega. “Basta prendere l’appuntamento con la collega che se ne occupa. Le va bene oggi pomeriggio alle 16?” Eh no, per la miseria alle 16 lavoro!  “Allora prendiamo un appuntamento per fine settimana prossima…” Va beh, lasciamo stare. Me ne vado.

Nel tragitto che dalle Poste porta al mio luogo di lavoro, ci sono 4 banche. La prima è un nome altisonante, addirittura il nome finisce per consonante, “….credit” invece di “credito”, come per apparire stranieri quindi potenti! Sono le 14:38 e c’è una piccola folla di gente fuori dalla porta ancora chiusa (doveva aprire alle 14:30). L’impiegata all’interno a gesti fa capire che “quello con le chiavi è in pausa pranzo, appena ritorna apriamo”… Io mi guardo intorno cercando di scorgere le telecamere di Scherzi a Parte. Ma non ci sono! Me ne vado. La seconda banca che incontro è un “Monte di Fiaschi”. Qui chiedo ad una impiegata le condizioni per aprire un conto corrente. Mi dice, testuali parole: “Un conto corrente? Aspetti, si guarda su internet cosa c’è…” Ma come? Non sai che cosa devi vendere? Devi andare a vedere su internet per sapere che conti correnti devi vendere? Già la vedo buia. Mi propone un conto online, zero spese, tutti vantaggi.. Peccato che non si possano versare assegni! Passiamo a qualcosa di ordinario, grazie! Un conto ordinario ci sarebbe, ma costa 6 euro al mese “se non sbaglio”, che possono diventare 4 se si versa anche lo stipendio….  Già mi sembrano una follia i 6 euro, ma chi se ne frega in fondo. Mi basta tenerlo aperto per un paio di settimane…  Tempi per l’apertura? “Eh bisogna sentire la mia collega. Prendiamo un appuntamento per la settimana prossima?” Lasciamo stare, guardi… E me ne vado.

La banca successiva è una Banca che fa riferimento all’antica terra degli Etruschi… Prendo il numerino, e quando tocca a me, l’impiegata mi manda dalla collega, negli uffici. Arrivo, e la vedo nel gabbiotto che parla al telefono. Ha davanti a se un cliente ed un altro che aspetta fuori. Già la vedo lunga la cosa… Ascolto per due minuti la conversazione telefonica: tutto fuorché argomenti di cui dovrebbe parlare una impiegata in banca… Capisco già che sarebbe tempo perso… Si sono fatte già le 15:10 ed io ho solo 20 minuti prima di rientrare al lavoro.

Esco, mi dirigo verso la quarta banca. Vediamo se qui troviamo una “Intesa”… Sono le 15:15 di venerdì pomeriggio ed è CHIUSA!

Non ho parole.

Anzi una parola ce l’ho. Mi sono rotto i coglioni. E’ Venerdì, sono incazzato, questi delinquenti mangiasoldi mi prendono per il culo, non ho neanche pranzato. Decido di aspettare oramai Lunedi. Nella mia pausa pranzo, uscirò dal lavoro e mi recherò nella sede della banca più vicina.

Se non mi vorranno cambiare l’assegno, chiamerò i Carabinieri.

Come diceva quella musichetta tanto simpatica? “L’Italia s’è desta”… Si, una volta!

Le televisioni del Presidente del Consiglio Trallazzoni cominciarono ben presto a martellare l’opinione pubblica. Fiutato l’affare, bisognava fare presto: il paese necessitava di una spinta innovatrice, maggiore energia a minor costo eccetera eccetera. In parole povere, qui c’è da mangiarci un bel po, vediamo di sbrigarci!

Il sito dove costruire la prima centrale nucleare fu trovato non senza difficoltà. Il presidente della Regione, quello della provincia, il Sindaco del comune prescelto, dopo le forti perplessità iniziali, sposarono con slancio la causa (il presidente di Regione adesso è Ministro dei rapporti con la Lapponia, quello della Provincia è sottosegretario alla coltivazione di colza con delega ai leguminacei ed il Sindaco, elettricista, è Rettore della Facoltà di Medicina della capitale). L’appalto per la costruzione della centrale se lo aggiudicò la Zamborlini S.p.A. con sede in Lussemburgo, impresa di proprietà del figlio Ministro dell’Industria, il milanese Zamborlini. Tra i requisiti richiesti, fecero all’inizio scalpore la necessità che il proprietario della ditta avesse il cognome che inizia per “Z” e l’origine lombarda della famiglia dello stesso. L’opposizione, finalmente compatta, gridò allo scandalo, ma solo fino all’ora di pranzo.

Tutti gli appalti furono assegnati in tempi brevissimi. L’appalto per la pulizia dei posacenere degli impiegati fu assegnato (30 milioni di euro annui) alla PuliNord della sorella del Ministro Fantucci,  quello per la manutenzione del giardino (75 milioni di euro annui) alla GiardiNord del figlio del Senatore Strozzavacca, i rifornimenti di bibite nelle macchinette automatiche (178 milioni di euro annui) alla SucchiaNord, ditta del figlio illegittimo della terza moglie del Ministro della Famiglia Santospirito.

Ed i lavori poterono iniziare.

La sfortuna, come spesso accade nelle grandi opere nel nostro paese, si accanì fin da subito. I lavori iniziarono e le ruspe partirono. Ma non appena la Zamborlini S.p.A. ottenne il primo pagamento (900 milioni di euro), purtroppo fallì. Si sa, il gasolio costa tantissimo le ruspe consumano molto…

Il secondo appalto fu vinto dalla Zamborlini Due S.p.A., con sede in Liechtenstein. L’opposizione scese in piazza unita gridando allo scandalo. Ma solo fino all’ora di pranzo.

Finalmente i lavori iniziarono, anche se all’inizio ci furono delle oggettive difficoltà: i progetti erano scritti in lingua Italiana, e la manodopera altamente specializzata (proveniente dai Centri di permanenza temporanea) parlava solo Pakistano, Tunisino, Libico. Gli ambientalisti cominciarono subito a denunciare le prime stranezze: i camion portavano all’interno del cantiere, invece di cemento ed acciaio, grandi quantità di cartongesso, polistirolo ed elastici. Ma dopo un colloquio chiarificatore con gli esponenti del governo, fu lo stesso portavoce degli ambientalisti a calmare gli animi. Poche ore prima di essere nominato direttore dell’ENEL.

La centrale fu pronta a tempo di record: invece dei dieci anni previsti ce ne impiegarono venti, e costò 14 volte l’importo previsto, ma venne fuori un vero gioiellino.

Alla cerimonia di inaugurazione, il governo al gran completo, le autorità, e la diretta TV a reti unificate. Gran discorso del Direttore della centrale, Salvatore Scognamiglio (solo casualmente figlio di Ciro Scognamiglio, il Ministro delle Telecomunicazioni), brillantemente promosso dopo aver condotto con successo la avviata Autofficina “Sport Racing” di Crotone. Presente alla inaugurazione anche il presidente Trallazzoni, 92 anni ma splendidamente portati, affiancato dalla compagna Ludmilla Pompashenko (19 anni a Luglio). Un attimo di imbarazzo quando la bottiglia di Champagne fatta partire da Miss Padania, Oana Petrescu, colpì la parete di uno dei Reattori: invece di rompersi, la bottiglia tirò giù un pannello di un materiale innovativo altamente tecnologico di rivestimento (a dire il vero ai presenti sembrò legno compensato).

Nei primi mesi di funzionamento, non si verificarono grossi problemi. Solo delle insignificanti fughe di liquido di raffreddamento, scarsamente radioattivo, le quali causarono l’ebollizione del fiume Ronzo e del lago Marzemino. Ma il governo pose subito in atto le contromosse: innalzarono per legge i livelli di tollerabilità alle radiazioni, e le TV del Presidente del Consiglio pubblicizzarono i benefici delle acque termali del lago Marzemino stesso. Quando cominciarono a nascere i primi bambini con due nasi, il TG1 inviò una troupe per dimostrare che l’aria nella zona era talmente salubre che la natura volle in tal modo aumentare l’areazione polmonare. La opposizione, indignata dagli avvenimenti, scese in piazza protestando unita, ma solo fino all’ora di pranzo.

La centrale si dimostrò subito all’altezza, e le soluzioni tecnologiche confermarono la sicurezza dell’energia nucleare. Anche le scorie venivano smaltite secondo i più severi standard internazionali (arrivo di un autoarticolato Iveco targato Caserta durante la notte, carico di bidoni e barre radioattive esauste, sua copertura con un telone, ripartenza del convoglio col saluto “uè dottò, ci pensamm’ noi…” e strizzata d’occhio).

Il fattaccio successe di notte. L’addetto alla sicurezza della centrale era impegnato in una mano di Texas Hold’em su internet,  e non si accorse che il sasso che aveva messo sopra al bottone che doveva premere ogni 2 minuti si era spostato. La temperatura dell’acqua nel reattore aumentò a dismisura, le valvole di sicurezza si aprirono ed il nocciolo radioattivo rimase scoperto. L’allarme non suonò, perché la ditta che si era aggiudicata l’appalto per la manutenzione delle sirene (90 milioni annui), la SireNord di proprietà del nipote del sottosegretario Ballanzani, purtroppo era fallita 8 anni prima e dagli altoparlanti fuoriuscivano solo i ragni. Si accorsero che qualcosa non andava quando le pareti di cartongesso del reattore crollarono e le protezioni (in polistirolo espanso) vaporizzarono in un attimo. L’addetto alla sicurezza, prese il megafono d’ordinanza e cominciò a correre per i corridoi urlando “viaaaaaaaa! fuoriiiiiiiii”, e presto la centrale fu evacuata dalle 150 persone che ci lavoravano attivamente. Le altre 14000 persone che figuravano a libro paga (i parenti fino alla terza generazione di tutti i deputati e senatori, le loro amanti, i figli delle loro amanti inclusi), si ritrovarono improvvisamente senza lavoro.

Fu deciso di minimizzare l’accaduto per non creare allarmismi: i TG del Presidente del Consiglio, ed giornali del Presidente del Consiglio annunciarono che la Centrale sarebbe stata fermata per dei semplicissimi controlli di routine. Le nuvole di vapore radioattivo ben presto raggiunsero l’intera Europa e causarono negli anni successivi morti e malformazioni. Ma in Italia di tutto questo non si seppe niente: le TV del Presidente del Consiglio ed i suoi giornali trasmettevano, almeno per i sopravvissuti, il Grande Fratello, il Campionato di Calcio, sceneggiati sulla vita di Padre Pino, tette, culi, cosce a profusione: non c’era posto per certe notizie faziose messe sicuramente in giro dalla opposizione.

E l’opposizione, compatta, volle scendere in campo per l’ultima volta, almeno fino all’ora di pranzo: ma non trovò nessuno da portare in piazza. Erano tutti morti.

Faccio una premessa. Su Wikipedia, alla voce “Dittatura” si legge:

La dittatura è una forma autoritaria di governo in cui il potere è accentrato in un solo organo, se non addirittura nelle mani del solo dittatore, non limitato da leggi, costituzioni, o altri fattori politici e sociali interni allo stato.
In senso lato, dittatura ha quindi il significato di predominio assoluto e perlopiù incontrastabile di un individuo (o di un ristretto gruppo di persone) che detiene un potere imposto con la forza. In questo senso la dittatura coincide spesso con l’autoritarismo e con il totalitarismo. Sua caratteristica è anche la negazione della libertà di espressione e di stampa. La dittatura è considerata il contrario della democrazia. Va inoltre detto che il dittatore può giungere al potere anche democraticamente e senza violenza (valga l’esempio di Adolf Hitler, eletto dal Popolo Tedesco). La salita al potere di una dittatura è favorita da situazioni di grave crisi economica – per esempio dopo una guerra – sociali – lotte di classi – politiche – instabilità del regime precedentemente esistente.

Fin troppo facile fare delle similitudini con la situazione politica nel nostro paese. Il potere è concentrato nelle mani di un solo uomo che possiede e comanda un impero finanziario, e grazie al quale riesce a condizionare la vita di ogni singolo cittadino, ed ogni cittadino contribuisce ad alimentare questo impero usufruendo dei servizi che tale personaggio propina.

In qualsiasi paese civile o da poco civilizzato, tali accentramenti di potere sarebbero impensabili. Da noi non solo è tollerato, ma sostenuto da quei pilastri che pur di prosperare, accettano qualsiasi tipo di connivenza. Ci siamo mai chiesti perché nel nostro paese non è mai stato possibile fare una vera riforma in nessuno dei settori chiave per lo sviluppo e l’ammodernamento di un paese? Molto semplice. Clientelismo.

Facciamoci aiutare ancora una volta da Wikipedia:

Con il termine clientelismo – o semplicemente clientela – si indica la pratica disonesta per cui personaggi influenti o individui inseriti nelle amministrazioni pubbliche instaurano un sistema di favoritismi e scambi (fondato sull’assegnazione arbitraria di risorse, prebende, benefici o posti di prestigio nel panorama politico-sociale) con chi non avrebbe alcun titolo per godere di tali favori.

Tutto chiaro adesso? Entriamo nel dettaglio. Un paese, per rimanere al passo con i tempi

deve periodicamente modificare i propri sistemi di funzionamento (scusate il linguaggio poco tecnico), e i metodi per reperire le risorse vitali per il miglior funzionamento della macchina statale. In parole povere: Lo stato deve dare il miglior servizio possibile ai cittadini, i quali pagano tale servizio con le tasse. Pertanto la sanità, l’istruzione, il mondo del lavoro e la previdenza sociale, l’economia, le telecomunicazioni, le fonti energetiche, per citare alcuni aspetti, dovrebbero via via evolversi per dare il miglior servizio al paese.

In Italia non si può.

L’Italia è ostaggio della propria classe politica, ricattata o connivente con i poteri di cui sopra. Il meccanismo è molto semplice: voi politici mantenete lo “status quo”, noi vi garantiamo il vostro posto di lavoro così ben remunerato.

Questi poteri forti sono talmente radicati da essere diffusi in maniera piramidale in tutto il territorio: non si può fare la riforma del mondo del lavoro perché gli industriali si opporrebbero al punto da non garantirti la rielezione a capo del Governo. Non puoi dare un giro di vite agli appalti per il trasporto pubblico locale altrimenti ti sei giocato il posto di Presidente di Regione. Non puoi fare un piano regolatore che non piaccia al signorotto del paese, altrimenti non verrai mai eletto Sindaco. Questa è la realtà Italiana.

Ma il più pericoloso degli enti che impedisce una crescita scientifica, sociale e culturale del nostro paese è, neanche a dirlo, il Vaticano. Tutti i politici (e non solo) sono soggiogati dal potere del clero. Non per timor di Dio, badate bene. Ma per il potere che tale setta ha nel mondo intero. Il Vaticano riesce, tramite il più bieco ricatto psicologico, a piegare le volontà di interi stati ai propri voleri. In Italia ha boicottato un referendum sulla fecondazione assistita e sulla diagnosi dell’embrione. Se Mengele fosse ancora vivo si congratulerebbe con questi personaggi che vanno in giro vestiti con delle lunghe tonache e catene d’oro predicando la povertà.

In nome di Dio si può fermare qualsiasi innovazione o ricerca. Se non sei in sintonia col Vaticano non hai alcuna possibilità di essere eletto o rieletto. E una volta sulla poltrona, ricordati chi ti ci ha portato, recita una ave maria e agisci da buon cattolico. Avrai la salvezza dell’anima nell’altro mondo, la garanzia della poltrona in questo mondo.

Follia. Ho visto il mio paese in 20 anni scivolare nel baratro.

Ho visto un paese , tra gli 8 più industrializzati al mondo, prendere decisioni vitali per la società, l’istruzione e la salute pubblica seguendo dogmi imposti da una setta religiosa che ha deciso che il mondo deve vivere secondo leggende palestinesi di 3000 anni fa.

Ho visto gli Italiani essere ipnotizzati dalle TV al punto da essere convinti che la verità non è quella del mondo che li circonda ma quella vista e raccontata in TV.

Ho visto miei connazionali, davanti ai peggiori soprusi, dire “va beh, tanto, che vuoi che sia”.

E quello che è peggio è che non riesco ad intravedere alcuna via d’uscita.

L’Italia avrebbe bisogno di una ricostruzione morale e civile, a cui seguirebbe necessariamente un rinnovamento della classe dirigente .

Questa ricostruzione dovrebbe partire dal basso, dalle persone comuni come è successo più volte nella storia, e come sta succedendo in paesi a noi geograficamente vicini in questi giorni. Ma c’è una differenza fondamentale: che nel nostro paese non esiste un popolo in grado, da solo, di prendere le redini del proprio destino e portarlo a compimento. L’Italiano è assuefatto al giogo dopo venti anni di “panem et circenses”: nel caso si dovesse svegliare dal torpore, ci vuole poco a far tornare la calma, basta una partita di calcio in TV o un bel gossip su una attrice dai facili costumi. Se scende in piazza è solo per il calcio. Se si osa criticare uno dei poteri forti, o un esponente del Governo, parte subito la macchina della controffensiva: tutti i mezzi a disposizione del premier si concentrano come un laser su colui che si è macchiato di lesa maestà, con un trattamento simile a quello che Mussolini riservò a Giacomo Matteotti, finché tale personaggio non viene spazzato via da gossip e infamie che sono trasmesse dalla TV pertanto risultano vere ed attendibili.

Fatte queste premesse, io mi chiedo: può l’Europa tollerare che un paese membro dell’Unione versi in queste condizioni? Che sicurezza può dare un paese il cui premier ha come più stretti alleati Gheddafi, Putin, Lukashenko, Ben Alì, Mubarak, Mugabe ? Un uomo dichiaratamente sceso in politica per non finire in galera, e che da 17 anni sta distruggendo uno stato creando leggi che lo tengano al riparo dalla giustizia. Molti interventi dell’ONU sono stati pianificati in situazioni simili.

Da cittadino Italiano ed Europeo mi faccio una domanda. Perché non chiediamo aiuto all’ONU? Non è possibile far “commissariare” uno stato?

Preso atto della situazione esistente, la soluzione più difficile ma anche l’unica che potrebbe democraticamente rimettere in piedi il nostro paese sarebbe quella di un intervento diretto dell’Europa o dell’ONU. Il mio sogno sarebbe un organismo internazionale che prenda in mano la situazione nel nostro paese per portarlo fuori dal baratro. Azzeramento della classe politica, attuale scioglimento delle Camere e del Governo. Insediamento di un “Governo tecnico di transizione”, che nell’arco di tempo di una legislatura (5 anni), si occupi della ricostruzione del paese. I commissari (ministri) dovranno necessariamente essere stranieri: in questo modo non saranno ricattabili con la promessa della rielezione e non saranno influenzati dai poteri forti che si opporranno strenuamente al cambiamento. Inoltre, la cosa è ovvia, dovranno essere dei tecnici e prendere le redini del settore di loro competenza. Un economista all’economia, un giuslavorista al Welfare e così via (solo noi abbiamo un premier pluriindagato che ha il potere di riformare la giustizia!). Contemporaneamente, questo Governo avrebbe il compito di formare la nuova classe politica Italiana, quella che dovrebbe insediarsi alla fine della legislatura transitoria, scegliendo sul territorio i migliori soggetti (ovviamente incensurati). Qualcuno parlava di “Miracolo Italiano”. Questo sarebbe il modo per vederlo applicato.

Ci sarebbero dei terremoti inenarrabili! Quanti privilegi verrebbero spazzati via! Immaginate una riforma della sanità che preveda l’arresto e la radiazione per i medici obiettori di coscienza che non vogliono praticare l’aborto! Una scuola pubblica potenziata e funzionante, togliendo risorse alle scuole cattoliche e private (che se vorranno sopravvivere, dovranno far pagare delle rette), una normalizzazione degli appalti, che li renda assolutamente trasparenti. Il famoso e mai applicato conflitto di interessi tra la carriera politica e il possesso di mezzi di informazione. Le caste che si sgretolerebbero sotto i colpi di assunzioni tramite concorsi pubblici e non tramite nepotismo. L’abolizione dell’ 8 per 1000, assurdo finanziamento ad un altro stato che toglie risorse al nostro.

Sarò un illuso, ma credo che il popolo Italiano sia solo ipnotizzato, non completamente rincitrullito. Forse basterebbe uno schiocco di dita per farlo risvegliare e dimenticare questo brutto sogno lungo oramai quasi vent’anni.

Io non sono normale. So di non esserlo, ed ho il sospetto di non esserlo mai stato. Partiamo dal concetto di normalità: con “normale” si intende giustappunto “nella norma”, cioè un qualcosa che si ritiene che la logica voglia che sia in quel preciso modo. Quindi, io non sono normale. Non posso esserlo, se mi guardo attorno e vedo quello che viene definito “normale”…

Conosco il numero del mio cellulare. Cosa impensabile per i miei connazionali. Addirittura ho 2 numeri e me li ricordo perfettamente. Non ho mai imboccato l’autostrada/superstrada contromano, e non mi sono mai dovuto giustificare con “si va beh, tutti possono sbagliare”… Non ho mai buttato via uno stipendio per comprare un oggetto insulso e perfettamente inutile visto in TV. Non ho mai fatto a botte, e sono arrivato a 40 anni senza farlo. Ho sempre massacrato l’avversario di turno con la dialettica e il cervello, ambedue  formidabili e, ai più, sconosciute armi. Non mi si è mai bloccato Windows 95, se non perché avevo fatto casino io. Ho usato per anni Windows 98, XP e Vista e non ho mai avuto i problemi che i miei connazionali ipocondriaci riscontrano per sentito dire… Non sono normale. Ho quasi sempre controllato le bollette che mi arrivavano, e quando ho rilevato inesattezze ho parlato con l’operatore ed abbiamo risolto il problema, senza incazzarsi, chiamare l’avvocato, disdire contratti e pagare penali. Ho un automobile con la quale percorro mediamente 35.000 km l’anno, e cerco di rispettare il codice della strada, di mettere la freccia, di rallentare, di dare la precedenza, nonostante la guerra a cui vado incontro ogni mattina. Non ho bisogno di un SUV anche se da noi, per 3 giorni all’anno c’è la neve. Non ho mai avuto parabole o decoder, non me ne frega niente di vedere 989 canali di cui 980 in lingue che l’italiano medio non solo non conosce, ma non distingue neanche l’una dall’altra. E dei documentari sul facocero nano della savana, non me ne può fregare di meno, perché non sono normale.

Non ho mai comprato magliettine di cotone pagandole come uno scooter solo perché gli fa la pubblicità un coglione analfabeta che per campare tira calci ad una palla di gomma. Se devo andare in un negozio o in un ufficio, cerco di presentarmi entro l’orario scritto nell’apposito cartello, magari informandomi prima di partire, invece di andare all’ora che voglio io e smadonnare come ossessi perché è chiuso e cercare di telefonare a tutte le autorità per trovare il modo di farmi aprire. Quando ho subito dei soprusi, ho reagito secondo la ragione e al massimo mi sono tolto qualche soddisfazione scrivendo l’accaduto in qualche giornale.

Non sono mai andato a ballare a 300Km di distanza perché è di moda andare in quel locale, e se non ci vai non sei nessuno. Appunto. Non sarò nessuno per voi. Lo considero un complimento.

Non ascolto la musica che vuole il sistema, e non leggo i libri che il sistema vuole che io legga. Io uso il cervello prima di aprire bocca e prima di muovere qualsiasi organo, compreso quello sessuale. Io ho imparato a conoscere le persone, mi fido della mia impressione, e tendo a diffidare dagli esseri viscidi che si presentano come messia. Non ho mai nascosto le mie idee politiche, i miei interessi, anche quando era consigliabile non esporsi. Non ho paura di usare il cervello e dimostrare che so pensare. Io, come Gramsci, odio gli indifferenti.

Non sono normale al punto di saper scrivere più o meno correttamente nella lingua Italiana, e sono in grado di leggere e di comprendere molte delle cose che leggo. Perché? Perché non sono normale, e quando andavo a scuola non consideravo gli argomenti di cui si parlava come “materie scolastiche” da sopportare per un’ora e poi via a casa. Ho semplicemente assimilato gli insegnamenti. Per 13 anni. Parlo alcune lingue, alcune (dicono) bene, altre in maniera comprensibile. E quando vado all’estero e riesco a comunicare tranquillamente con le altre persone ho degli indubbi vantaggi, oltre che una gigantesca soddisfazione. Ma quando sono in Italia, e uno straniero chiede una informazione, vengono a chiamare me: perché non sono normale, sono quello che sa l’inglese.

Io non sono normale quindi. E come tutti i matti, ne sono orgoglioso.

Un uomo, ricoverato in manicomio fin dall’età di 10 anni, passa gran parte del suo tempo ad incidere con una fibbia del panciotto, una parete dell’istituto nel quale è rinchiuso. E crea un graffito lungo 180 metri e alto 2, nel quale sono descritte e disegnate storie di astronavi, di allunaggi, di conquiste di paesi, formule, collegamenti telepatici, di razze spaziali “col naso a Y”, di armi tecnologiche, di virtù magiche dei metalli.
Non è la sceneggiatura di un film: è una storia vera.

La cosa che lascia stupefatti, osservando le foto dell’opera di Nannetti (o NANOF, o NOF, NOF4 come si firmava), è la “lucidità” di quello che scrive e che disegna. Pur non avendo potuto studiare, scrive con caratteri che ricordano quelli usati nelle formule alchemiche di 400 anni fa, disegna con precisione antenne, animali, parti meccaniche. Nella sua follia, così si presenta:

“Per sistema telepatico mi sono arrivate cose che paiono strane ma sono vere. Io sono un Astronautico Ingegnere Minerario nel sistema mentale. Questa è la mia Chiave Mineraria. Sono anche un Colonnello dell’Astronautica Mineraria Astrale e Terrestre”

Se si analizza quanto scritto, appare subito una estrema lucidità: si definisce un “astronauta”, cioè un “viaggiatore” del sistema mentale, ovvero del disagio di cui soffre. Il termine “Minerario” lascia capire che con la sua opera vuole “scavare” nella sua mente, e il concetto di “Chiave Mineraria” potrebbe far intendere che la sua opera è la “chiave” per capire il pensiero che Nannetti vuole esprimere.

Ma andiamo con ordine.

Oreste Fernando Nannetti nasce a Roma nel 1927 da Concetta Nannetti e da padre sconosciuto. Dopo le elementari, cominciate in un istituto privato, fu accolto, a soli sette anni, in un istituto di carità, dal quale, tre anni dopo, a soli dieci anni, fu trasferito in una struttura per minorati psichici. Per un lungo periodo fu ricoverato anche all’ospedale Forlanini di Roma per curare una grave forma di spondilite.

In questi anni non si hanno documentazioni relative alla sua vita fino al 1948 anno in cui viene emessa una sentenza di proscioglimento, a Roma, di Nannetti dall’accusa di oltraggio a pubblico ufficiale per “vizio totale di mente”. Nel 1958 fu trasferito dall’Ospedale Psichiatrico di Santa Maria della Pietà di Roma a quello di Volterra (lo stesso dove fu ospitato anche Dino Campana), dove l’anno successivo passò alla sezione giudiziaria Ferri (una struttura nella quale si arrivò sino a contenere 6.000 “indesiderabili” e nella quale morirono per “cure” migliaia di persone, dove venivano rinchiusi anche gli anarchici o coloro che avevano qualche sintomo di depressione, una struttura con venti lavandini e due water ogni duecento degenti), per scontare una condanna di due anni. Nel 1961 fu trasferito alla sezione civile Charcot, per poi tornare, tra il 1967 e il 1968, all’ex giudiziario Ferri, fino al suo trasferimento per dimissione all’Istituto Bianchi nel dicembre del 1973.

Durante il ricovero a Volterra, Nannetti ha realizzato un “libro graffito” realizzato nel muro del reparto Ferri. Lungo 180 metri per un’altezza media di due, inciso con fibbie di panciotto, parte della divisa del matto di Volterra. Il suo libro, in cui narra di una storia e di una geografia, di una chimica e di un’astronomia chiaramente parallele alla nostra, in cui periodicamente lui stesso appare. La grandiosità del suo discorso ci trasporta in una dimensione dell’immaginario nel suo ragionare di tecnologie, di pianeti, di eventi storici immaginari. Ma anche verso il meraviglioso, attraverso diagrammi quasi alchemici, in cui vengono associati metalli, figure geometriche, colori, numeri, creando una sorta di “scienza delle corrispondenze” che ci riporta agli albori della scienza occidentale, ma si fonde con le tecnologie contemporanee. In seguito realizzò un altro graffito sul passamano in cemento di una scala di 106 metri per 20 cm.

Negli anni dell’internamento scrisse diverse cartoline mai inviate a parenti immaginari. Qui compare la firma Nanof o Nof, talvolta Nof4 e dichiarazioni d’identità. Nannetti si definisce: colonnello astrale, ingegnere astronautico minerario, scassinatore nucleare. I testi di Nannetti raccontano di conquiste di stati immaginari da parete di altre nazioni immaginarie, di voli spaziali, di collegamenti telepatici, di personaggi fantastici, poeticamente descritti come alti, spinacei, naso ad Y, di armi ipertecnologiche, di misteriose combinazioni alchemiche, delle virtù magiche dei metalli, ecc. In seguito, fornito di carta e penna, produrrà circa 1.600 lavori.

Nannetti non aveva studiato, l’unica istruzione certamente documentata è quella dei primi anni delle scuole elementari, e forse l’unica esperienza culturalmente significativa da lui fatta era stata il lavorare come elettricista per il futurista Severini, impegnato nella realizzazione di un mosaico in un palazzo dell’EUR, il quartiere fascista di Roma negli anni ‘30 del ‘900.

Nannetti Oreste Fernando è morto a Volterra il 24 novembre 1994. Il graffito del Ferri è ormai in totale disfacimento. La balaustra è stata abbattuta. I lavori cartacei bruciati in quanto effetti personali dopo la morte di Nannetti, in assenza di parenti a cui inviarli. Fortunatamente erano stati in precedenza fotocopiati.

Nannetti scrive un capolavoro, le interpretazioni del suo immenso graffito, di quest’opera ciclopica sono le più svariate, quello che è certo è che Nannetti esiste attraverso i suoi graffiti ed i suoi scritti, avendo un’esistenza negata la afferma attraverso un atto artistico e di volontà insieme che fa salire i brividi. Documenta la violenza ed i crimini ai quali ha assistito con immagini di poetica crudeltà:

“10% deceduti per percosse magnetico-catodiche, 40% per malattie trasmesse, 50% per odio, mancanza di amore e affetto.”

Scrive Adolfo Fattori nei Quaderni d’altri tempi, ricordando le sue impressioni alla vista, nel 1994, del graffito ancora pressoché interamente visibile: “le fitte righe del testo di cui è composto, con i disegni e le illustrazioni che lo interrompono ogni tanto danno l’idea di un flusso ininterrotto di parole, di suoni, di immagini. Un’enciclopedia del mondo trattata quasi come dialogo interiore, e comunicata a questo stesso mondo con urgenza, magari disordine, comunque determinazione”. Ma è Lara Fremder, nello stesso numero monografico, che ci porta in direzione dell’interpretazione, vera o no che sia, della quale vogliamo abusare qui: “Forse è andata così, è andata che un uomo apparentemente senza storia cerchi di scriversene una e che per farlo scelga un muro, un grande muro, una superficie di 180 metri, l’intera facciata di un ospedale psichiatrico. E che cominci così a scrivere e a disegnare e a ordinare tutto dentro pagine graffiate con forza sulla parete”. E allora si giustifica il titolo, di questo contributo: Nannetti scrive per esistere per lasciare, certo, qualcosa, per rompere un muro, ma, primariamente graffia il muro per esistere. Racconta una storia, racconta ciò che vede (che si tratti di vista nel senso comune o della vista ulteriore), racconta, in fondo, se stesso.

Nannetti ha raggiunto lo scopo, in effetti, l’esistenza negata gli è stata riconsegnata, piano piano molti si stanno occupando di lui, del suo lavoro, della sua esistenza. Si è costruito un’identità che gli era stata negata dalla violenza dell’istituzione manicomiale (come non pensare a Foucault?). Il muro poi, la scelta, incredibile, di comporre un enorme opera in un muro, graffiandolo con arnesi di fortuna quali le fibbie del panciotto della divisa manicomiale, la fatica, la forza fisica che ci vuole, al di là delle intenzioni (gli sono state attribuite anche capacità di comunicazione con gli alieni) appare proprio come un’affermazione di identità “nonostante tutto”.

Un’identità peraltro rispettosa, ad un’urgenza così forte, corrisponde la delicatezza estrema, Nannetti alla domanda dei medici (che arrivò dopo circa dodici anni d’internamento) sul perché il suo graffito, in alcuni punti saliva e scendeva, come a formare delle onde, rispose che NOF4 non se la sentiva di chiedere agli altri pazienti di spostarsi dal muro dove si appoggiavano per farsi scaldare dal sole.

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