IL CESSO DELLA MICROSOFT (L’ENNESIMO…)

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Ieri il Corriere della Sera titolava:

Il nuovo progetto di Bill Gates:
«Inventatemi una toilette senz’acqua»

Mister Microsoft rivela: ho incaricato un team di tecnici, nel mondo ci sono troppi sprechi

Ora, che la Microsoft di cacate ne avesse fatte tante nella sua storia lo sapevamo un po tutti, ma che fosse ufficializzata una discesa in campo nel settore dei sanitari, questa non ce la saremmo mai aspettata!

Immaginiamoci il Cesso Microsoft: hai la colite, arrivi appena in tempo al bagno. Alzi la tavoletta e sul display compare la richiesta della password. Digitata la password, devi aspettare che se ne vada la clessidra, che compaiano tutte le iconcine in basso a destra, e che venga riconosciuta la connettività internet (4 minuti). Cerchi di metterti a sedere ma ti accorgi che non c’è il buco del cesso! Per ottenerlo, devi confermare il codice seriale tramite un collegamento internet. Il cesso ti dice che non sei connesso ad internet. Spegni e riaccendi il cesso. Stessa procedura, e non ti vene ancora riconosciuto il collegamento internet. Allora fai una chiamata al numero 800534042. Digiti le 78 cifre del codice seriale. Una voce registrata ti dice che il seriale non viene riconosciuto. Chiedi di parlare con un operatore. Dopo 25 minuti, parli con l’operatore tunisino che non parla italiano. Gli dici le 78 cifre e lui ti da il codice di sblocco di altre 78 cifre.Le inserisci nel terminale e finalmente ti si apre il buco dove espletare. Però ti viene un dubbio: per avere la carta igienica? Devi scaricare il Framework 4: 32GB di aggiornamento software per il tuo cesso. Dopo 2 ore di installazione, devi riavviare il cesso. E tu sei li con la colite fulminante… Quando il cesso riparte, alzi la tavoletta e compare una schermata blu di errore. Riavvii il cesso. Finalmente posi le tue chiappe sulla tavoletta. Compare una scritta: “attenzione: natiche non riconosciute. Vuoi scaricare il driver da Microsoft Update?”. Proviamo a cliccare SI. Ecco che compare la richiesta di iscriversi al servizio Microsoft Live Paper, utilizzando il tuo account di Microsoft Live. Ma io non sono utente di Microsoft Live! Ok, no problem, devi crearti un account di posta con Hotmail, poi registrarti su Live. Successivamente potrai usare la carta igienica. Per creare la casella di posta su Hotmail, devi scaricare l’aggiornamento al Framework 4.2 (54GB). E tu sei li con la colite che preme… A metà dell’aggiornamento compare la schermata di errore. Ti alzi, bestemmi, riavvii il cesso. Alzi la tavoletta e ti accorgi che devi registrarti ancora con codice seriale perché si è sconfigurato. Ti riconnetti ad internet e ti ri-registri. Posi finalmente le natiche, e compare una schermata. “Sei sicuro di voler defecare? [SI] [NO]“. Esausto, clicchi su SI. Clessidra… Schermata: “Si è verificato un errore, codice #H33Df23F44″.

Ti alzi, e vai a cacare in giardino.

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AVETE MAI PROVATO A CAMBIARE UN ASSEGNO?

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Se vi dovessero pagare con un assegno, sappiate che nel nostro paese è carta straccia. Pur essendo un titolo di pagamento legittimo, i nostri simpatici bancari si guardano bene dall’accettarlo. Anzi, ti va bene se non ti guardano come un malavitoso.

La mia disavventura inizia con l’arrivo di una somma che un istituto bancario di prim’ordine mi doveva. Ovviamente, tra le condizioni del pagamento avevo ben specificato di versarmi la cifra sul mio conto corrente, fornendo le esatte coordinate bancarie. Bene, dopo 2 mesi circa, sorpresona, mi arriva l’assegno invece del bonifico. Intestato a me, clausola “Non trasferibile”. Ad un profano sembrerebbe inattaccabile. Provo subito ad andare a cambiarlo in una delle banche del mio paese. Alla mia richiesta di cambiare l’assegno, i cassieri mi guardano, guardano quel rettangolino di carta azzurrognolo, sgranano gli occhi e mi dicono: “ah no, quello non si può mica cambiare… Ma lei ha il conto qui da noi?” La tentazione è di rispondergli “ovvio che non ce l’ho il conto qui da voi, siete una associazione per delinquere finalizzata alla truffa, al raggiro, alla appropriazione indebita ed alla circonvenzione d’incapace!” ma mi trattengo, conto fino a tre e rispondo pacifico: “no, non ce l’ho, ma da nessuna parte sta scritto che io debba versarlo su un VOSTRO conto… Qui c’è scritto ‘Pagate a vista’…” Il cassiere non si scompone… “Ah no, io non glielo cambio…”. A nulla sono valsi i colloqui col direttore della filiale. Benissimo, anche se la cosa non mi va giù, gli chiedo obtorto collo di aprire un conto corrente da loro. La risposta è da fantascienza: “eh no, non glielo apriamo, tanto sappiamo che una volta incassato l’assegno lei lo chiude…”

Gli rido in faccia e prima di andarmene gli dico che se mi fossi azzardato io a fare un discorso del genere ad un mio cliente, sarei stato licenziato in tronco.

Stesso copione in altre 3 banche. Alla fine, stremato provo l’ultima carta: LE POSTE! Qui, oltre alla stesse risposte negative sulla possibilità di cambiare l’assegno o di aprire un conto, mi propongono di aprire un “libretto” e di versare li l’assegno. Gli chiedo in quanto tempo saranno disponibili i soldi in questo modo: EH UN MESE CI VORRA’SENZALTRO!

Mi metto l’anima in pace, sono le 18 e non ho voglia di incavolarmi oltre. Mi collego ad internet, vado sul sito delle poste, apro un conto corrente online. Nelle istruzioni mi viene detto di presentare il contratto allo sportello postale da me scelto per perfezionare l’apertura del conto.  Perfezionare è una parola grossa… infatti l’indomani mi presento all’ufficio postale da me scelto, nella città in cui lavoro. Prendo il bigliettino, E309. Sono le 13:08. Alle 14:15 finalmente è il mio turno (su 8 sportelli ne funzionavano più o meno due). Qui la cassiera mi guarda come per dire “ma come, hai aperto un conto online e ora vieni da me? ma che vuoi?”. Poi mi spiega: il contratto non doveva portarlo qui da noi, ma mandarlo all’indirizzo specificato nel sito, a Roma. Protesto: “ma come, e qui cosa c’è scritto?” e gli mostro la pagina del contratto in cui veniva specificato di andare all’ufficio postale col contratto. Mi spiega che il contratto va spedito alla sede delle Poste a Roma, e che per aprirlo ci vorranno una ventina di giorni…
Sono al limite della sopportazione, e gli chiedo: ma per aprire un conto corrente ORDINARIO? “Ah se vuole, possiamo farlo anche qui” mi spiega. “Basta prendere l’appuntamento con la collega che se ne occupa. Le va bene oggi pomeriggio alle 16?” Eh no, per la miseria alle 16 lavoro!  “Allora prendiamo un appuntamento per fine settimana prossima…” Va beh, lasciamo stare. Me ne vado.

Nel tragitto che dalle Poste porta al mio luogo di lavoro, ci sono 4 banche. La prima è un nome altisonante, addirittura il nome finisce per consonante, “….credit” invece di “credito”, come per apparire stranieri quindi potenti! Sono le 14:38 e c’è una piccola folla di gente fuori dalla porta ancora chiusa (doveva aprire alle 14:30). L’impiegata all’interno a gesti fa capire che “quello con le chiavi è in pausa pranzo, appena ritorna apriamo”… Io mi guardo intorno cercando di scorgere le telecamere di Scherzi a Parte. Ma non ci sono! Me ne vado. La seconda banca che incontro è un “Monte di Fiaschi”. Qui chiedo ad una impiegata le condizioni per aprire un conto corrente. Mi dice, testuali parole: “Un conto corrente? Aspetti, si guarda su internet cosa c’è…” Ma come? Non sai che cosa devi vendere? Devi andare a vedere su internet per sapere che conti correnti devi vendere? Già la vedo buia. Mi propone un conto online, zero spese, tutti vantaggi.. Peccato che non si possano versare assegni! Passiamo a qualcosa di ordinario, grazie! Un conto ordinario ci sarebbe, ma costa 6 euro al mese “se non sbaglio”, che possono diventare 4 se si versa anche lo stipendio….  Già mi sembrano una follia i 6 euro, ma chi se ne frega in fondo. Mi basta tenerlo aperto per un paio di settimane…  Tempi per l’apertura? “Eh bisogna sentire la mia collega. Prendiamo un appuntamento per la settimana prossima?” Lasciamo stare, guardi… E me ne vado.

La banca successiva è una Banca che fa riferimento all’antica terra degli Etruschi… Prendo il numerino, e quando tocca a me, l’impiegata mi manda dalla collega, negli uffici. Arrivo, e la vedo nel gabbiotto che parla al telefono. Ha davanti a se un cliente ed un altro che aspetta fuori. Già la vedo lunga la cosa… Ascolto per due minuti la conversazione telefonica: tutto fuorché argomenti di cui dovrebbe parlare una impiegata in banca… Capisco già che sarebbe tempo perso… Si sono fatte già le 15:10 ed io ho solo 20 minuti prima di rientrare al lavoro.

Esco, mi dirigo verso la quarta banca. Vediamo se qui troviamo una “Intesa”… Sono le 15:15 di venerdì pomeriggio ed è CHIUSA!

Non ho parole.

Anzi una parola ce l’ho. Mi sono rotto i coglioni. E’ Venerdì, sono incazzato, questi delinquenti mangiasoldi mi prendono per il culo, non ho neanche pranzato. Decido di aspettare oramai Lunedi. Nella mia pausa pranzo, uscirò dal lavoro e mi recherò nella sede della banca più vicina.

Se non mi vorranno cambiare l’assegno, chiamerò i Carabinieri.

Come diceva quella musichetta tanto simpatica? “L’Italia s’è desta”… Si, una volta!

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E FAMOSE ‘STA CENTRALE NUCLEARE “MEIDINITALI”….

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Le televisioni del Presidente del Consiglio Trallazzoni cominciarono ben presto a martellare l’opinione pubblica. Fiutato l’affare, bisognava fare presto: il paese necessitava di una spinta innovatrice, maggiore energia a minor costo eccetera eccetera. In parole povere, qui c’è da mangiarci un bel po, vediamo di sbrigarci!

Il sito dove costruire la prima centrale nucleare fu trovato non senza difficoltà. Il presidente della Regione, quello della provincia, il Sindaco del comune prescelto, dopo le forti perplessità iniziali, sposarono con slancio la causa (il presidente di Regione adesso è Ministro dei rapporti con la Lapponia, quello della Provincia è sottosegretario alla coltivazione di colza con delega ai leguminacei ed il Sindaco, elettricista, è Rettore della Facoltà di Medicina della capitale). L’appalto per la costruzione della centrale se lo aggiudicò la Zamborlini S.p.A. con sede in Lussemburgo, impresa di proprietà del figlio Ministro dell’Industria, il milanese Zamborlini. Tra i requisiti richiesti, fecero all’inizio scalpore la necessità che il proprietario della ditta avesse il cognome che inizia per “Z” e l’origine lombarda della famiglia dello stesso. L’opposizione, finalmente compatta, gridò allo scandalo, ma solo fino all’ora di pranzo.

Tutti gli appalti furono assegnati in tempi brevissimi. L’appalto per la pulizia dei posacenere degli impiegati fu assegnato (30 milioni di euro annui) alla PuliNord della sorella del Ministro Fantucci,  quello per la manutenzione del giardino (75 milioni di euro annui) alla GiardiNord del figlio del Senatore Strozzavacca, i rifornimenti di bibite nelle macchinette automatiche (178 milioni di euro annui) alla SucchiaNord, ditta del figlio illegittimo della terza moglie del Ministro della Famiglia Santospirito.

Ed i lavori poterono iniziare.

La sfortuna, come spesso accade nelle grandi opere nel nostro paese, si accanì fin da subito. I lavori iniziarono e le ruspe partirono. Ma non appena la Zamborlini S.p.A. ottenne il primo pagamento (900 milioni di euro), purtroppo fallì. Si sa, il gasolio costa tantissimo le ruspe consumano molto…

Il secondo appalto fu vinto dalla Zamborlini Due S.p.A., con sede in Liechtenstein. L’opposizione scese in piazza unita gridando allo scandalo. Ma solo fino all’ora di pranzo.

Finalmente i lavori iniziarono, anche se all’inizio ci furono delle oggettive difficoltà: i progetti erano scritti in lingua Italiana, e la manodopera altamente specializzata (proveniente dai Centri di permanenza temporanea) parlava solo Pakistano, Tunisino, Libico. Gli ambientalisti cominciarono subito a denunciare le prime stranezze: i camion portavano all’interno del cantiere, invece di cemento ed acciaio, grandi quantità di cartongesso, polistirolo ed elastici. Ma dopo un colloquio chiarificatore con gli esponenti del governo, fu lo stesso portavoce degli ambientalisti a calmare gli animi. Poche ore prima di essere nominato direttore dell’ENEL.

La centrale fu pronta a tempo di record: invece dei dieci anni previsti ce ne impiegarono venti, e costò 14 volte l’importo previsto, ma venne fuori un vero gioiellino.

Alla cerimonia di inaugurazione, il governo al gran completo, le autorità, e la diretta TV a reti unificate. Gran discorso del Direttore della centrale, Salvatore Scognamiglio (solo casualmente figlio di Ciro Scognamiglio, il Ministro delle Telecomunicazioni), brillantemente promosso dopo aver condotto con successo la avviata Autofficina “Sport Racing” di Crotone. Presente alla inaugurazione anche il presidente Trallazzoni, 92 anni ma splendidamente portati, affiancato dalla compagna Ludmilla Pompashenko (19 anni a Luglio). Un attimo di imbarazzo quando la bottiglia di Champagne fatta partire da Miss Padania, Oana Petrescu, colpì la parete di uno dei Reattori: invece di rompersi, la bottiglia tirò giù un pannello di un materiale innovativo altamente tecnologico di rivestimento (a dire il vero ai presenti sembrò legno compensato).

Nei primi mesi di funzionamento, non si verificarono grossi problemi. Solo delle insignificanti fughe di liquido di raffreddamento, scarsamente radioattivo, le quali causarono l’ebollizione del fiume Ronzo e del lago Marzemino. Ma il governo pose subito in atto le contromosse: innalzarono per legge i livelli di tollerabilità alle radiazioni, e le TV del Presidente del Consiglio pubblicizzarono i benefici delle acque termali del lago Marzemino stesso. Quando cominciarono a nascere i primi bambini con due nasi, il TG1 inviò una troupe per dimostrare che l’aria nella zona era talmente salubre che la natura volle in tal modo aumentare l’areazione polmonare. La opposizione, indignata dagli avvenimenti, scese in piazza protestando unita, ma solo fino all’ora di pranzo.

La centrale si dimostrò subito all’altezza, e le soluzioni tecnologiche confermarono la sicurezza dell’energia nucleare. Anche le scorie venivano smaltite secondo i più severi standard internazionali (arrivo di un autoarticolato Iveco targato Caserta durante la notte, carico di bidoni e barre radioattive esauste, sua copertura con un telone, ripartenza del convoglio col saluto “uè dottò, ci pensamm’ noi…” e strizzata d’occhio).

Il fattaccio successe di notte. L’addetto alla sicurezza della centrale era impegnato in una mano di Texas Hold’em su internet,  e non si accorse che il sasso che aveva messo sopra al bottone che doveva premere ogni 2 minuti si era spostato. La temperatura dell’acqua nel reattore aumentò a dismisura, le valvole di sicurezza si aprirono ed il nocciolo radioattivo rimase scoperto. L’allarme non suonò, perché la ditta che si era aggiudicata l’appalto per la manutenzione delle sirene (90 milioni annui), la SireNord di proprietà del nipote del sottosegretario Ballanzani, purtroppo era fallita 8 anni prima e dagli altoparlanti fuoriuscivano solo i ragni. Si accorsero che qualcosa non andava quando le pareti di cartongesso del reattore crollarono e le protezioni (in polistirolo espanso) vaporizzarono in un attimo. L’addetto alla sicurezza, prese il megafono d’ordinanza e cominciò a correre per i corridoi urlando “viaaaaaaaa! fuoriiiiiiiii”, e presto la centrale fu evacuata dalle 150 persone che ci lavoravano attivamente. Le altre 14000 persone che figuravano a libro paga (i parenti fino alla terza generazione di tutti i deputati e senatori, le loro amanti, i figli delle loro amanti inclusi), si ritrovarono improvvisamente senza lavoro.

Fu deciso di minimizzare l’accaduto per non creare allarmismi: i TG del Presidente del Consiglio, ed giornali del Presidente del Consiglio annunciarono che la Centrale sarebbe stata fermata per dei semplicissimi controlli di routine. Le nuvole di vapore radioattivo ben presto raggiunsero l’intera Europa e causarono negli anni successivi morti e malformazioni. Ma in Italia di tutto questo non si seppe niente: le TV del Presidente del Consiglio ed i suoi giornali trasmettevano, almeno per i sopravvissuti, il Grande Fratello, il Campionato di Calcio, sceneggiati sulla vita di Padre Pino, tette, culi, cosce a profusione: non c’era posto per certe notizie faziose messe sicuramente in giro dalla opposizione.

E l’opposizione, compatta, volle scendere in campo per l’ultima volta, almeno fino all’ora di pranzo: ma non trovò nessuno da portare in piazza. Erano tutti morti.

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8 MARZO. DONNE: NON DA FESTEGGIARE PER UN GIORNO, MA DA AMMIRARE SEMPRE

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IMPORTATECI UN POCO DI DEMOCRAZIA!

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Faccio una premessa. Su Wikipedia, alla voce “Dittatura” si legge:

La dittatura è una forma autoritaria di governo in cui il potere è accentrato in un solo organo, se non addirittura nelle mani del solo dittatore, non limitato da leggi, costituzioni, o altri fattori politici e sociali interni allo stato.
In senso lato, dittatura ha quindi il significato di predominio assoluto e perlopiù incontrastabile di un individuo (o di un ristretto gruppo di persone) che detiene un potere imposto con la forza. In questo senso la dittatura coincide spesso con l’autoritarismo e con il totalitarismo. Sua caratteristica è anche la negazione della libertà di espressione e di stampa. La dittatura è considerata il contrario della democrazia. Va inoltre detto che il dittatore può giungere al potere anche democraticamente e senza violenza (valga l’esempio di Adolf Hitler, eletto dal Popolo Tedesco). La salita al potere di una dittatura è favorita da situazioni di grave crisi economica – per esempio dopo una guerra – sociali – lotte di classi – politiche – instabilità del regime precedentemente esistente.

Fin troppo facile fare delle similitudini con la situazione politica nel nostro paese. Il potere è concentrato nelle mani di un solo uomo che possiede e comanda un impero finanziario, e grazie al quale riesce a condizionare la vita di ogni singolo cittadino, ed ogni cittadino contribuisce ad alimentare questo impero usufruendo dei servizi che tale personaggio propina.

In qualsiasi paese civile o da poco civilizzato, tali accentramenti di potere sarebbero impensabili. Da noi non solo è tollerato, ma sostenuto da quei pilastri che pur di prosperare, accettano qualsiasi tipo di connivenza. Ci siamo mai chiesti perché nel nostro paese non è mai stato possibile fare una vera riforma in nessuno dei settori chiave per lo sviluppo e l’ammodernamento di un paese? Molto semplice. Clientelismo.

Facciamoci aiutare ancora una volta da Wikipedia:

Con il termine clientelismo – o semplicemente clientela – si indica la pratica disonesta per cui personaggi influenti o individui inseriti nelle amministrazioni pubbliche instaurano un sistema di favoritismi e scambi (fondato sull’assegnazione arbitraria di risorse, prebende, benefici o posti di prestigio nel panorama politico-sociale) con chi non avrebbe alcun titolo per godere di tali favori.

Tutto chiaro adesso? Entriamo nel dettaglio. Un paese, per rimanere al passo con i tempi

deve periodicamente modificare i propri sistemi di funzionamento (scusate il linguaggio poco tecnico), e i metodi per reperire le risorse vitali per il miglior funzionamento della macchina statale. In parole povere: Lo stato deve dare il miglior servizio possibile ai cittadini, i quali pagano tale servizio con le tasse. Pertanto la sanità, l’istruzione, il mondo del lavoro e la previdenza sociale, l’economia, le telecomunicazioni, le fonti energetiche, per citare alcuni aspetti, dovrebbero via via evolversi per dare il miglior servizio al paese.

In Italia non si può.

L’Italia è ostaggio della propria classe politica, ricattata o connivente con i poteri di cui sopra. Il meccanismo è molto semplice: voi politici mantenete lo “status quo”, noi vi garantiamo il vostro posto di lavoro così ben remunerato.

Questi poteri forti sono talmente radicati da essere diffusi in maniera piramidale in tutto il territorio: non si può fare la riforma del mondo del lavoro perché gli industriali si opporrebbero al punto da non garantirti la rielezione a capo del Governo. Non puoi dare un giro di vite agli appalti per il trasporto pubblico locale altrimenti ti sei giocato il posto di Presidente di Regione. Non puoi fare un piano regolatore che non piaccia al signorotto del paese, altrimenti non verrai mai eletto Sindaco. Questa è la realtà Italiana.

Ma il più pericoloso degli enti che impedisce una crescita scientifica, sociale e culturale del nostro paese è, neanche a dirlo, il Vaticano. Tutti i politici (e non solo) sono soggiogati dal potere del clero. Non per timor di Dio, badate bene. Ma per il potere che tale setta ha nel mondo intero. Il Vaticano riesce, tramite il più bieco ricatto psicologico, a piegare le volontà di interi stati ai propri voleri. In Italia ha boicottato un referendum sulla fecondazione assistita e sulla diagnosi dell’embrione. Se Mengele fosse ancora vivo si congratulerebbe con questi personaggi che vanno in giro vestiti con delle lunghe tonache e catene d’oro predicando la povertà.

In nome di Dio si può fermare qualsiasi innovazione o ricerca. Se non sei in sintonia col Vaticano non hai alcuna possibilità di essere eletto o rieletto. E una volta sulla poltrona, ricordati chi ti ci ha portato, recita una ave maria e agisci da buon cattolico. Avrai la salvezza dell’anima nell’altro mondo, la garanzia della poltrona in questo mondo.

Follia. Ho visto il mio paese in 20 anni scivolare nel baratro.

Ho visto un paese , tra gli 8 più industrializzati al mondo, prendere decisioni vitali per la società, l’istruzione e la salute pubblica seguendo dogmi imposti da una setta religiosa che ha deciso che il mondo deve vivere secondo leggende palestinesi di 3000 anni fa.

Ho visto gli Italiani essere ipnotizzati dalle TV al punto da essere convinti che la verità non è quella del mondo che li circonda ma quella vista e raccontata in TV.

Ho visto miei connazionali, davanti ai peggiori soprusi, dire “va beh, tanto, che vuoi che sia”.

E quello che è peggio è che non riesco ad intravedere alcuna via d’uscita.

L’Italia avrebbe bisogno di una ricostruzione morale e civile, a cui seguirebbe necessariamente un rinnovamento della classe dirigente .

Questa ricostruzione dovrebbe partire dal basso, dalle persone comuni come è successo più volte nella storia, e come sta succedendo in paesi a noi geograficamente vicini in questi giorni. Ma c’è una differenza fondamentale: che nel nostro paese non esiste un popolo in grado, da solo, di prendere le redini del proprio destino e portarlo a compimento. L’Italiano è assuefatto al giogo dopo venti anni di “panem et circenses”: nel caso si dovesse svegliare dal torpore, ci vuole poco a far tornare la calma, basta una partita di calcio in TV o un bel gossip su una attrice dai facili costumi. Se scende in piazza è solo per il calcio. Se si osa criticare uno dei poteri forti, o un esponente del Governo, parte subito la macchina della controffensiva: tutti i mezzi a disposizione del premier si concentrano come un laser su colui che si è macchiato di lesa maestà, con un trattamento simile a quello che Mussolini riservò a Giacomo Matteotti, finché tale personaggio non viene spazzato via da gossip e infamie che sono trasmesse dalla TV pertanto risultano vere ed attendibili.

Fatte queste premesse, io mi chiedo: può l’Europa tollerare che un paese membro dell’Unione versi in queste condizioni? Che sicurezza può dare un paese il cui premier ha come più stretti alleati Gheddafi, Putin, Lukashenko, Ben Alì, Mubarak, Mugabe ? Un uomo dichiaratamente sceso in politica per non finire in galera, e che da 17 anni sta distruggendo uno stato creando leggi che lo tengano al riparo dalla giustizia. Molti interventi dell’ONU sono stati pianificati in situazioni simili.

Da cittadino Italiano ed Europeo mi faccio una domanda. Perché non chiediamo aiuto all’ONU? Non è possibile far “commissariare” uno stato?

Preso atto della situazione esistente, la soluzione più difficile ma anche l’unica che potrebbe democraticamente rimettere in piedi il nostro paese sarebbe quella di un intervento diretto dell’Europa o dell’ONU. Il mio sogno sarebbe un organismo internazionale che prenda in mano la situazione nel nostro paese per portarlo fuori dal baratro. Azzeramento della classe politica, attuale scioglimento delle Camere e del Governo. Insediamento di un “Governo tecnico di transizione”, che nell’arco di tempo di una legislatura (5 anni), si occupi della ricostruzione del paese. I commissari (ministri) dovranno necessariamente essere stranieri: in questo modo non saranno ricattabili con la promessa della rielezione e non saranno influenzati dai poteri forti che si opporranno strenuamente al cambiamento. Inoltre, la cosa è ovvia, dovranno essere dei tecnici e prendere le redini del settore di loro competenza. Un economista all’economia, un giuslavorista al Welfare e così via (solo noi abbiamo un premier pluriindagato che ha il potere di riformare la giustizia!). Contemporaneamente, questo Governo avrebbe il compito di formare la nuova classe politica Italiana, quella che dovrebbe insediarsi alla fine della legislatura transitoria, scegliendo sul territorio i migliori soggetti (ovviamente incensurati). Qualcuno parlava di “Miracolo Italiano”. Questo sarebbe il modo per vederlo applicato.

Ci sarebbero dei terremoti inenarrabili! Quanti privilegi verrebbero spazzati via! Immaginate una riforma della sanità che preveda l’arresto e la radiazione per i medici obiettori di coscienza che non vogliono praticare l’aborto! Una scuola pubblica potenziata e funzionante, togliendo risorse alle scuole cattoliche e private (che se vorranno sopravvivere, dovranno far pagare delle rette), una normalizzazione degli appalti, che li renda assolutamente trasparenti. Il famoso e mai applicato conflitto di interessi tra la carriera politica e il possesso di mezzi di informazione. Le caste che si sgretolerebbero sotto i colpi di assunzioni tramite concorsi pubblici e non tramite nepotismo. L’abolizione dell’ 8 per 1000, assurdo finanziamento ad un altro stato che toglie risorse al nostro.

Sarò un illuso, ma credo che il popolo Italiano sia solo ipnotizzato, non completamente rincitrullito. Forse basterebbe uno schiocco di dita per farlo risvegliare e dimenticare questo brutto sogno lungo oramai quasi vent’anni.

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IO NON SONO NORMALE…

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Io non sono normale. So di non esserlo, ed ho il sospetto di non esserlo mai stato. Partiamo dal concetto di normalità: con “normale” si intende giustappunto “nella norma”, cioè un qualcosa che si ritiene che la logica voglia che sia in quel preciso modo. Quindi, io non sono normale. Non posso esserlo, se mi guardo attorno e vedo quello che viene definito “normale”…

Conosco il numero del mio cellulare. Cosa impensabile per i miei connazionali. Addirittura ho 2 numeri e me li ricordo perfettamente. Non ho mai imboccato l’autostrada/superstrada contromano, e non mi sono mai dovuto giustificare con “si va beh, tutti possono sbagliare”… Non ho mai buttato via uno stipendio per comprare un oggetto insulso e perfettamente inutile visto in TV. Non ho mai fatto a botte, e sono arrivato a 40 anni senza farlo. Ho sempre massacrato l’avversario di turno con la dialettica e il cervello, ambedue  formidabili e, ai più, sconosciute armi. Non mi si è mai bloccato Windows 95, se non perché avevo fatto casino io. Ho usato per anni Windows 98, XP e Vista e non ho mai avuto i problemi che i miei connazionali ipocondriaci riscontrano per sentito dire… Non sono normale. Ho quasi sempre controllato le bollette che mi arrivavano, e quando ho rilevato inesattezze ho parlato con l’operatore ed abbiamo risolto il problema, senza incazzarsi, chiamare l’avvocato, disdire contratti e pagare penali. Ho un automobile con la quale percorro mediamente 35.000 km l’anno, e cerco di rispettare il codice della strada, di mettere la freccia, di rallentare, di dare la precedenza, nonostante la guerra a cui vado incontro ogni mattina. Non ho bisogno di un SUV anche se da noi, per 3 giorni all’anno c’è la neve. Non ho mai avuto parabole o decoder, non me ne frega niente di vedere 989 canali di cui 980 in lingue che l’italiano medio non solo non conosce, ma non distingue neanche l’una dall’altra. E dei documentari sul facocero nano della savana, non me ne può fregare di meno, perché non sono normale.

Non ho mai comprato magliettine di cotone pagandole come uno scooter solo perché gli fa la pubblicità un coglione analfabeta che per campare tira calci ad una palla di gomma. Se devo andare in un negozio o in un ufficio, cerco di presentarmi entro l’orario scritto nell’apposito cartello, magari informandomi prima di partire, invece di andare all’ora che voglio io e smadonnare come ossessi perché è chiuso e cercare di telefonare a tutte le autorità per trovare il modo di farmi aprire. Quando ho subito dei soprusi, ho reagito secondo la ragione e al massimo mi sono tolto qualche soddisfazione scrivendo l’accaduto in qualche giornale.

Non sono mai andato a ballare a 300Km di distanza perché è di moda andare in quel locale, e se non ci vai non sei nessuno. Appunto. Non sarò nessuno per voi. Lo considero un complimento.

Non ascolto la musica che vuole il sistema, e non leggo i libri che il sistema vuole che io legga. Io uso il cervello prima di aprire bocca e prima di muovere qualsiasi organo, compreso quello sessuale. Io ho imparato a conoscere le persone, mi fido della mia impressione, e tendo a diffidare dagli esseri viscidi che si presentano come messia. Non ho mai nascosto le mie idee politiche, i miei interessi, anche quando era consigliabile non esporsi. Non ho paura di usare il cervello e dimostrare che so pensare. Io, come Gramsci, odio gli indifferenti.

Non sono normale al punto di saper scrivere più o meno correttamente nella lingua Italiana, e sono in grado di leggere e di comprendere molte delle cose che leggo. Perché? Perché non sono normale, e quando andavo a scuola non consideravo gli argomenti di cui si parlava come “materie scolastiche” da sopportare per un’ora e poi via a casa. Ho semplicemente assimilato gli insegnamenti. Per 13 anni. Parlo alcune lingue, alcune (dicono) bene, altre in maniera comprensibile. E quando vado all’estero e riesco a comunicare tranquillamente con le altre persone ho degli indubbi vantaggi, oltre che una gigantesca soddisfazione. Ma quando sono in Italia, e uno straniero chiede una informazione, vengono a chiamare me: perché non sono normale, sono quello che sa l’inglese.

Io non sono normale quindi. E come tutti i matti, ne sono orgoglioso.

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NANOF – LA LUCIDISSIMA FOLLIA DI NANNETTI ORESTE FERNANDO

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Un uomo, ricoverato in manicomio fin dall’età di 10 anni, passa gran parte del suo tempo ad incidere con una fibbia del panciotto, una parete dell’istituto nel quale è rinchiuso. E crea un graffito lungo 180 metri e alto 2, nel quale sono descritte e disegnate storie di astronavi, di allunaggi, di conquiste di paesi, formule, collegamenti telepatici, di razze spaziali “col naso a Y”, di armi tecnologiche, di virtù magiche dei metalli.
Non è la sceneggiatura di un film: è una storia vera.

La cosa che lascia stupefatti, osservando le foto dell’opera di Nannetti (o NANOF, o NOF, NOF4 come si firmava), è la “lucidità” di quello che scrive e che disegna. Pur non avendo potuto studiare, scrive con caratteri che ricordano quelli usati nelle formule alchemiche di 400 anni fa, disegna con precisione antenne, animali, parti meccaniche. Nella sua follia, così si presenta:

“Per sistema telepatico mi sono arrivate cose che paiono strane ma sono vere. Io sono un Astronautico Ingegnere Minerario nel sistema mentale. Questa è la mia Chiave Mineraria. Sono anche un Colonnello dell’Astronautica Mineraria Astrale e Terrestre”

Se si analizza quanto scritto, appare subito una estrema lucidità: si definisce un “astronauta”, cioè un “viaggiatore” del sistema mentale, ovvero del disagio di cui soffre. Il termine “Minerario” lascia capire che con la sua opera vuole “scavare” nella sua mente, e il concetto di “Chiave Mineraria” potrebbe far intendere che la sua opera è la “chiave” per capire il pensiero che Nannetti vuole esprimere.

Ma andiamo con ordine.

Oreste Fernando Nannetti nasce a Roma nel 1927 da Concetta Nannetti e da padre sconosciuto. Dopo le elementari, cominciate in un istituto privato, fu accolto, a soli sette anni, in un istituto di carità, dal quale, tre anni dopo, a soli dieci anni, fu trasferito in una struttura per minorati psichici. Per un lungo periodo fu ricoverato anche all’ospedale Forlanini di Roma per curare una grave forma di spondilite.

In questi anni non si hanno documentazioni relative alla sua vita fino al 1948 anno in cui viene emessa una sentenza di proscioglimento, a Roma, di Nannetti dall’accusa di oltraggio a pubblico ufficiale per “vizio totale di mente”. Nel 1958 fu trasferito dall’Ospedale Psichiatrico di Santa Maria della Pietà di Roma a quello di Volterra (lo stesso dove fu ospitato anche Dino Campana), dove l’anno successivo passò alla sezione giudiziaria Ferri (una struttura nella quale si arrivò sino a contenere 6.000 “indesiderabili” e nella quale morirono per “cure” migliaia di persone, dove venivano rinchiusi anche gli anarchici o coloro che avevano qualche sintomo di depressione, una struttura con venti lavandini e due water ogni duecento degenti), per scontare una condanna di due anni. Nel 1961 fu trasferito alla sezione civile Charcot, per poi tornare, tra il 1967 e il 1968, all’ex giudiziario Ferri, fino al suo trasferimento per dimissione all’Istituto Bianchi nel dicembre del 1973.

Durante il ricovero a Volterra, Nannetti ha realizzato un “libro graffito” realizzato nel muro del reparto Ferri. Lungo 180 metri per un’altezza media di due, inciso con fibbie di panciotto, parte della divisa del matto di Volterra. Il suo libro, in cui narra di una storia e di una geografia, di una chimica e di un’astronomia chiaramente parallele alla nostra, in cui periodicamente lui stesso appare. La grandiosità del suo discorso ci trasporta in una dimensione dell’immaginario nel suo ragionare di tecnologie, di pianeti, di eventi storici immaginari. Ma anche verso il meraviglioso, attraverso diagrammi quasi alchemici, in cui vengono associati metalli, figure geometriche, colori, numeri, creando una sorta di “scienza delle corrispondenze” che ci riporta agli albori della scienza occidentale, ma si fonde con le tecnologie contemporanee. In seguito realizzò un altro graffito sul passamano in cemento di una scala di 106 metri per 20 cm.

Negli anni dell’internamento scrisse diverse cartoline mai inviate a parenti immaginari. Qui compare la firma Nanof o Nof, talvolta Nof4 e dichiarazioni d’identità. Nannetti si definisce: colonnello astrale, ingegnere astronautico minerario, scassinatore nucleare. I testi di Nannetti raccontano di conquiste di stati immaginari da parete di altre nazioni immaginarie, di voli spaziali, di collegamenti telepatici, di personaggi fantastici, poeticamente descritti come alti, spinacei, naso ad Y, di armi ipertecnologiche, di misteriose combinazioni alchemiche, delle virtù magiche dei metalli, ecc. In seguito, fornito di carta e penna, produrrà circa 1.600 lavori.

Nannetti non aveva studiato, l’unica istruzione certamente documentata è quella dei primi anni delle scuole elementari, e forse l’unica esperienza culturalmente significativa da lui fatta era stata il lavorare come elettricista per il futurista Severini, impegnato nella realizzazione di un mosaico in un palazzo dell’EUR, il quartiere fascista di Roma negli anni ‘30 del ‘900.

Nannetti Oreste Fernando è morto a Volterra il 24 novembre 1994. Il graffito del Ferri è ormai in totale disfacimento. La balaustra è stata abbattuta. I lavori cartacei bruciati in quanto effetti personali dopo la morte di Nannetti, in assenza di parenti a cui inviarli. Fortunatamente erano stati in precedenza fotocopiati.

Nannetti scrive un capolavoro, le interpretazioni del suo immenso graffito, di quest’opera ciclopica sono le più svariate, quello che è certo è che Nannetti esiste attraverso i suoi graffiti ed i suoi scritti, avendo un’esistenza negata la afferma attraverso un atto artistico e di volontà insieme che fa salire i brividi. Documenta la violenza ed i crimini ai quali ha assistito con immagini di poetica crudeltà:

“10% deceduti per percosse magnetico-catodiche, 40% per malattie trasmesse, 50% per odio, mancanza di amore e affetto.”

Scrive Adolfo Fattori nei Quaderni d’altri tempi, ricordando le sue impressioni alla vista, nel 1994, del graffito ancora pressoché interamente visibile: “le fitte righe del testo di cui è composto, con i disegni e le illustrazioni che lo interrompono ogni tanto danno l’idea di un flusso ininterrotto di parole, di suoni, di immagini. Un’enciclopedia del mondo trattata quasi come dialogo interiore, e comunicata a questo stesso mondo con urgenza, magari disordine, comunque determinazione”. Ma è Lara Fremder, nello stesso numero monografico, che ci porta in direzione dell’interpretazione, vera o no che sia, della quale vogliamo abusare qui: “Forse è andata così, è andata che un uomo apparentemente senza storia cerchi di scriversene una e che per farlo scelga un muro, un grande muro, una superficie di 180 metri, l’intera facciata di un ospedale psichiatrico. E che cominci così a scrivere e a disegnare e a ordinare tutto dentro pagine graffiate con forza sulla parete”. E allora si giustifica il titolo, di questo contributo: Nannetti scrive per esistere per lasciare, certo, qualcosa, per rompere un muro, ma, primariamente graffia il muro per esistere. Racconta una storia, racconta ciò che vede (che si tratti di vista nel senso comune o della vista ulteriore), racconta, in fondo, se stesso.

Nannetti ha raggiunto lo scopo, in effetti, l’esistenza negata gli è stata riconsegnata, piano piano molti si stanno occupando di lui, del suo lavoro, della sua esistenza. Si è costruito un’identità che gli era stata negata dalla violenza dell’istituzione manicomiale (come non pensare a Foucault?). Il muro poi, la scelta, incredibile, di comporre un enorme opera in un muro, graffiandolo con arnesi di fortuna quali le fibbie del panciotto della divisa manicomiale, la fatica, la forza fisica che ci vuole, al di là delle intenzioni (gli sono state attribuite anche capacità di comunicazione con gli alieni) appare proprio come un’affermazione di identità “nonostante tutto”.

Un’identità peraltro rispettosa, ad un’urgenza così forte, corrisponde la delicatezza estrema, Nannetti alla domanda dei medici (che arrivò dopo circa dodici anni d’internamento) sul perché il suo graffito, in alcuni punti saliva e scendeva, come a formare delle onde, rispose che NOF4 non se la sentiva di chiedere agli altri pazienti di spostarsi dal muro dove si appoggiavano per farsi scaldare dal sole.

Le Immagini

I Video

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AUSCHWITZ-BIRKENAU – Io ci sono stato la dentro…

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27/01 – Appunti per il Giorno della Memoria

Io ci sono stato, la dentro. Quando arrivi ad Auschwitz I, la prima cosa che noti, ancora prima di varcare il tristemente famoso cancello, sono le reti deformate. Quelle reti che furono elettrificate, e che, ti spiegano le persone del posto, sono state deformate delle persone che ci si gettavano contro di corsa: “almeno la facciamo finita subito”.

Vedere quel cancello con la scritta mette i brividi. E non è una frase d’effetto. L’effetto è quello di vedere materializzato davanti a te l’orrore in tre semplici parole: “Arbeit Macht Frei”. Da quel momento, non hai più parole, la voce la lasci fuori. Non c’è bisogno di parlare. Li, prima di entrare, se ti guardi attorno, sembra tutto in bianco e nero. Forse perchè tutti conosciamo bene quei posti, li abbiamo visti in centinaia di vecchie foto nei libri. Poi entri e vedi l’orrore. Entri nell’orrore.

E qui, ad Auschwitz I l’orrore è ancora più bastardo perchè regna l’ordine. Palazzine ben tenute, vialetti, piccoli piazzali. Poi entri nelle palazzine e vedi nei sotterranei le camere delle torture. Le prime piccole camere a gas, i graffi insanguinati che da 60 anni stanno li sulla parete. Si vedono le ruote di pietra usate per schiacciare i bambini, le stanze dove Mengele si divertiva a iniettare acqua salata nei bulbi oculari delle persone così, giusto per vedere che effetto che fa. Si vedono stanze di 5 metri per 5 profonde 3 piene di occhiali. Un altra piena di spazzole. Un altra di pettini. Non è dato sapere quante quanti siano, ma l’enormità non è esprimibile con un numero preciso. Si sta in silenzio. Non c’è niente da dire. Li nessuno parla. Non ce n’è bisogno.

Io ci sono stato, la dentro. Ed ho provato nausea. Non per le scene che si immaginano successe li sotto ai tuoi piedi. Nausea per appartenere a quella stessa razza (termine appropriato, li…) che ha osato tanto.

Poi si esce e ci si dirige ad Auschwitz III, la famigerata Birkenau. Quel campo di sterminio visto in Schindler’s List, per capirci. Già da lontano vedi la sagoma di quella costruzione allungata con la torre e quel tunnel centrale dal quale entravano i treni. E cominci ad avere paura. Si ha la sensazione di essere su quel treno e di essere destinati a dover entrare là. Brividi. Qualcuno con gli occhi gonfi si sofferma e guarda l’entrata ma non ce la fa ad entrare nel campo. Lo capisco ma mi faccio forza ed entro.
Davanti a me una enorme radura, disseminata di grandi capanne di legno, la maggior parte distrutte dai soldati Tedeschi in fuga. Lontano, quello che resta delle torri dei forni crematori. Entro nelle capanne, guardo i trabiccoli di legno dove dormivano in 4,5 o anche più in un metro e mezzo di spazio. Le capanne latrina, riscaldate solo dagli escrementi. Ci ritroviamo a camminare a fianco dei binari. Quanti ne sono scesi qui, dove sono adesso? Non ce la fai a darti una risposta. Ti senti in colpa e non sai perché.

L’istinto ti porta all’apoteosi. Il forno crematorio. Quei bastardi hanno fatto saltare tutto prima di andarsene. Ma ancora si intravedono le scale che scendono sottoterra, i locali con le pareti piastrellate da cui spuntano dei ganci ironicamente numerati. “Ricorda il numero dove lasci il vestito” sicuramente avranno detto, sogghignando. Anche li dentro le rotaie. Di un treno più piccolo, composto da una serie di carrelli sui quali venivano caricati industrialmente i cadaveri ammazzati dallo “Zyklon B” e portati nel locale accanto, dove c’erano i forni.

Non è una illusione. Ancora, li c’è odore di morte.

Io ci sono stato, la dentro. E le sensazioni che si provano in quei posti non hanno uguali. Milioni di persone sono accanto a te mentre cammini, leggere, nel vento.

La morte è dolorosa. L’uomo ha saputo renderla atroce.

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I CLIENTI – Se li conosci, non ti uccidono…

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PSICOPATOLOGIA DEL CLIENTE

Piccola guida ad uso e consumo di chi si avvicina al mondo del commercio, e perché no, di quei clienti che vorrebbero un diverso trattamento da parte di chi sta “dall’altra parte” del bancone.

"No io non lavoro qui, indosso un gilet verde scuro con sopra il logo ed il nome di questo posto solo perché ritengo che faccia molto FIGO!"

PRIMA LEGGE: Il cliente è fondamentalmente stupido.

  • Nonostante la prima legge, il cliente non va mai turlupinato o preso in giro. E’ lui che porta i soldi. Le sue richieste, quando umanamente o tecnicamente possibile (cioè quasi mai), vanno assecondate.
  • Il cliente parla una lingua al limite della comprensione. Esempio tipico di richiesta del cliente: “Vorrei quel coso che poi ci si fa, dai… Quello per quella cosa li in basso che ci si mette un affare…Quello grigio!”
  • Il cliente usa la terminologia che sente in TV, e ovviamente la storpia. Non ha più un telefono cellulare, ma ha uno smartphone (che ovviamente storpia in “starfòn”, “starton”, “farfon” o peggio), vuole prodotti “senza radicali liberi” anche se compra un forno a microonde, qualsiasi pizzeria al taglio diventa il Mecdonalz, tutto è “multimediale”, compreso l’arricciacapelli per la moglie… Inoltre, vi ripeterà gli slogan della TV: quando acquista un balsamo da 1,50€, strizzerà l’occhio con compiacimento alla cassiera dicendole “sa, perché io valgo!”
  • Il cliente ha sempre un amico o parente che se ne intende. Se deve comprare un computer, ogni 3 parole vi ricorderà che lui ha un cognato che ha una figliola che lavora all’ASL, e loro, li in ufficio, coi computer ci lavorano… Quindi, per traslato, lui è Bill Gates in persona. Se deve comprare una canottiera, non si risparmierà certo di ricordare che la su figliola una volta ha fatto un colloquio per entrare a lavorare in una tabaccheria, però vicino ad un negozio di abbigliamento, quindi lei si che è una vera esperta di tessuti! Il mondo è pieno di fratelli di amici di cognati di vicini di casa che ne sanno molto più di un semplice commesso… Che ci volete fare?
  • Il cliente non può vivere senza i prodotti o i servizi che vede in televisione, anche se non ha la più pallida idea di cosa siano. Così si vedono persone che chiedono le “Lambergèc” in salumeria, il “Tresòrdelancom” in libreria, lo Suòc (Swatch) nel negozio di telefoni, lo smartphone nel negozio di abbigliamento e così via. Quando riescono ad avere l’oggetto tanto bramato, esclamano: “ah, è questo? e a cosa servirebbe?
  • Il cliente non ha la minima idea di cosa sia una carta di credito. Per il cliente, una carta di credito, un bancomat, la tessera sanitaria, la tessera della bocciofila, la raccolta punti Agip o la tessera dell’estetista sono esattamente la stessa cosa. E se ti azzardi a fargli notare che non può pagare in un negozio con la tessera della pesca sportiva, si incazza pure, asserendo che “ha sempre pagato con questa,  se in questo negozio non la prendete non sono affari miei”.
  • Il cliente non ha idea di come funziona la garanzia. La domanda che fanno tutti è: “ma la garanzia c’è?”. Certo che c’è, idiota, lo stabilisce la legge Italiana, non è un accessorio che si può mettere o no! La garanzia copre malfunzionamenti o difetti di fabbricazione, non rotture o danneggiamenti più o meno volontari! Se una maglietta è stata mangiata dal cane, non si dovrebbe riportarla al venditore dicendo: “l’ho lavata e mi è uscita così dalla lavatrice: me la cambia vero?”. Se la fotocamera vi è caduta a terra e ci siete passati sopra con l’automobile, non presentatevi dal venditore urlando che “me la deve dare nuova perché è in garanzia!”. Spesso, su questo punto il cliente bara: un cellulare che “ha smesso di funzionare all’improvviso mentre telefonavo”, di sicuro una volta aperto presenterà mezzo litro d’acqua (o altri liquidi meno nobili) all’ interno… Un automobile nuova appena comprata che si ferma dopo 3km, nel 99% dei casi ha subito un pieno di carburante sbagliato. Ma il cliente insisterà: “no sono sicuro, era gasolio!” Appunto, hai comprato una automobile a benzina…!
  • Il cliente non sa leggere e/o ascoltare. Spesso torna insospettito dal negoziante chiedendo “cosa è questa scritta strana che mi è comparsa sul telefono”? C’è semplicemente scritto “Lei ha appena effettuato una ricarica da 5 euro”. Non è difficile. E’ lingua italiana corrente. Un poco di impegno, per la miseria. Quando si fa il numero di un call center, basta ascoltare le istruzioni che vengono date (sempre in lingua Italiana corrente!) invece di presentarsi incavolati dall’esercente esclamando frasi sconnesse tipo “non ci capisco nulla” o “sento le voci”… Se in una confezione c’è scritto “Premere QUI per aprire”, non ci si può presentare dopo dieci giorni incazzati e urlare “mi dica lei come si fa ad aprire questo coso!”
  • Il cliente non ti ascolta! Ti fa parlare per dieci minuti poi esclama: si ma come sarebbe? Esempio tipico: “Per 2 euro a settimana chiami gratis per un ora”. “Ah. E quanto costa?” “2€ alla settimana”. “Ah, 2€ al mese” “No, 2€ alla settimana. Al mese sono 8€” “Come? 8€ alla settimana? Ma siete matti? è un sacco di soldi” “No! 2€ alla settimana, in un mese ci sono 4 settimane, 2×4=8€ al mese”. “Ah ecco. E parlo quanto voglio?” “No, ha un ora di chiamate” “Un’ora? E quanto sarebbe?” “Come quanto sarebbe?? Un ora sono sessanta minuti” “Si, ma sessanta minuti come?” “Sessanta minuti come sono? Sono sessanta minuti in tutto il mondo!” “Ah va bene. E quanto costa?” “2€, come le dicevo prima!” “Ma 2€ al mese?” A questo punto il venditore deve avere il sangue freddo per non accoltellare l’avventore…
  • I clienti arrivano tutti assieme. Se per 3 ore e mezza non si è presentato nessuno al negozio, tranquilli, i clienti arriveranno tutti assieme contemporaneamente, normalmente a 2 minuti dalla chiusura o 5 minuti dopo la chiusura. Addirittura avranno l’accortezza di comparire in ordine decrescente di tempo da dedicargli. Il cliente che per servirlo ci vorrà un ora e mezza entrerà per primo, quello che deve fare una cosa da trenta secondi, per ultimo. E’una legge della natura…
  • La vecchia con la borsa. Fate attenzione alla vecchia con la borsa gigante! Avrà sicuramente bisogno di chiarimenti circa un oggetto che ha acquistato da voi, e tale oggetto sarà gelosamente custodito più dell’arca dell’alleanza! Aprirà la borsa, cercherà negli scomparti, tirerà fuori una seconda borsa che ne conterrà una terza più rigida, dalla quale estrarrà un primo ed un secondo contenitore, al cui interno avrà una custodia contenente un borsello, che avrà all’interno un primo sacchetto di lana, poi un secondo di stoffa ed un terzo di cotone, con all’interno una fodera con all’interno l’oggetto avvolto in un panno di lino. Perché altrimenti prende la polvere. E intanto si è fatta sera. Una volta servita, la signora impiegherà altre 2 ore per tirare fuori il portafoglio (secondo la procedura sopra descritta). Nel frattempo, potete servire i successivi sette clienti.
  • Qualsiasi cosa voi vendiate (abbigliamento, TV, automobili, telefoni, accessori da regalo, barche a vela, soprammobili o cartoline), l’uomo vuole quello visto in TV, la donna quello ROSA!
  • Verranno tutti a comprare il regalo di Natale  il 24 Dicembre a 3 minuti dall’ora di chiusura! E se non hai esattamente quello che vuole il cliente (in genere oggetti assurdi, visti su un “Grand Hotel” del 1986), questo darà in escandescenze urlando frasi del tipo “E ora cosa c*zzo gli regalo io al mì figliolo?”.
  • Se volete un posto sicuro dove scrivere le password del computer, il codice dell’allarme e la combinazione della cassaforte, scrivetelo pure nel cartello dell’orario appeso alla porta: state tranquilli, NON LO LEGGERA’ MAI NESSUNO AL MONDO!
  • Il cliente pensa che il negozio sia sempre aperto, 24ore su 24. Evidentemente, quando le luci sono spente, la porta chiusa, la saracinesca è abbassata e sono le 3:20 di mattina, è inutile affacciarsi al vetro per vedere se c’è qualcuno all’interno. Non viene il sospetto che sia CHIUSO? Se il negozio non è dotato di saracinesca, è facile vedere il cliente che tenta in tutti i modi di aprire la porta (chissà, forse c’è qualcuno all’interno…).
  • Il commesso non ha più una vita privata o sociale. Buttate via il numero del cellulare e staccate il telefono di casa. Nel campanello di casa scrivete un nome finto. Perché il cliente avrà la necessità di contattarvi in qualsiasi momento della giornata per farvi una domanda circa gli argomenti di cui sopra, o perché all’improvviso ha finito la cartuccia della stampante, o ha finito il credito del telefono, o gli si è staccato un bottone o altro. In quel caso, a qualsiasi ora del giorno o della notte, il cliente riesce tramite una serie di telefonate a sapere il vostro nome e cognome e vi cercherà finchè non vi avrà trovato. A costo di telefonare a tutti quelli con il vostro cognome della provincia o di fare 90km in taxi per venire a suonare al vostro campanello. Non potrete più uscire: se andate al cinema, a ballare, in un pub o ristorante, o dall’altra parte del mondo in vacanza, spunterà sempre fuori il cliente ad importunarvi con le sue domande assurde, iniziando la frase con “guarda chi c’è! a proposito…”. Naturalmente vi rintracceranno anche il giorno di Natale alle 12:30 durante il pranzo con i familiari: se squillerà il telefono o suoneranno alla porta, non aprite. Sarà sicuramente un cliente che vuol comprare il regalo di Natale.
  • Quando piove, nevica o comunque le condizioni meteo sono proibitive, preparatevi al peggio! In tali condizioni quando  non uscirebbe di casa neanche Messner con la muta di cani slitta, ovviamente gli unici esseri umani che si avventurano per il globo terracqueo sono i peggiori clienti: la sottocategoria degli psicoclienti, psicopatici che sfidano le forze della natura per venire a chiederti le cose più assurde ed improponibili, tipo “come mai da quando ho cambiato il cinturino, questo orologio fa tic tac? Prima non me lo faceva mica, sa?”.
  • Quando hai appena pulito il pavimento del negozio, anche in piena estate e con la siccità, tempo 10 secondi ed entrerà il cliente con gli scarponi infangati fino al ginocchio, con lo zaino dal quale cadono le zolle di terra bagnata accompagnati dal cane a pelo lungo (bagnato) che si scuoterà ripetutamente la fanghiglia e le pulci su tutto l’arredamento circostante. Il tutto per una semplice domanda: “ma domani siete aperti?”
  • Il bambino piccolo e la mamma maledetta. Quando entra un bambino piccolo in negozio, a menoché non sia saldamente legato ad un passeggino, chiamate i Caschi Blu dell’ONU, i Vigili del fuoco e una ambulanza. La stronza della mamma non lo baderà un attimo, e l’infante approfitterà per DEVASTARE comletamente l’arredamento e le suppellettili del negozio, senza che la stronza gli dica neanche un “stai fermo” di circostanza. Quando avrà rotto 15 vetrine su 20 con i cristalli sparsi in tutto il locale, divelto dal pavimento tutte le bacheche, cominciato a sradicare i listelli di parquet, abbattuto i lampadari con la fionda e sfondato il bancone a calci, ed il commesso si azzarderà a dire “piccolo attento che così ti fai male”, la mamma vi guarderà con tutto l’odio del mondo urlandovi “MA E’UN BAMBINO!!!!!”. (Che noi ci auguriamo che non diventi mai grande!)

In conclusione… Se rileggendo quanto scritto sopra, qualcuno di voi pensa: “Perché? che c’è di strano?” di uno qualsiasi dei punti esposti, vi consiglio di farvi una bella seduta di psicoanalisi prima di entrare in un qualsiasi negozio. Ne va della salute di quei poveri cristi che stanno li A LAVORARE dalla mattina alla sera…

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LE COSE CHE VALE LA PENA DI AVER VISSUTO…

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A volte, quando le cose non vanno nel migliore dei modi, ti fermi e pensi. Ultimamente per mia fortuna, in uno di questi periodi grigi, mi sono tornate in mente quelle cose per le quali è valsa la pena aver vissuto questi anni. La chitarra di Steven Rothery in “Incubus”, la poesia di Faber, assistere ad una lezione di Margherita Hack, la stampa in miniatura del Sonetto XVII di Pablo Neruda che portavo sempre con me nel portafoglio perché era come avere sempre “lei” con me, gli occhi che ancora oggi diventano lucidi quando leggono quel Sonetto XVII perché “lei” non è più con me. E l’ironia di Stefano Benni, il Rock Progressivo degli anni ’70, Firenze vista da Piazzale Michelangelo di sera, La Golf del 99, il 3° atto dell’Andrea Chenier di Umberto Giordano cantato da Maria Callas. Il Cervino che si riflette nel Lago Bleu, l’eclisse di sole vista con la radiografia in mano in una piazzola di servizio in Austria, e quella notte d’inverno del ’91, da militare, essere svegliati dalla guardia che ti dice “ragazzi, è scoppiata la guerra”… La cassetta di Misplaced Childhood dei Marillion registrata dallo Zampa sulla mitica TDK da 45, i film di Totò, l’esultanza di Tardelli del 1982, Bombolo, la Bibbienese in Interregionale, la faccia dei commissari d’esame di maturità quando, come autore a piacere, portai Pier Paolo Pasolini. La tomba di Jim Morrison, le lucciole nel barattolo bucato. Il Muletto, il Biondo, la Nerina, la Picci, il Topino e tutti gli altri animali. Aver cantato “And no more shall we part” con Nick Cave nel 2003 a Roma con le lacrime agli occhi. L’aver acceso il pc nel periodo più nero della mia vita ed aver incontrato le persone più importanti della mia vita. Guerre Stellari visto trent’anni fa d’estate in piazza proiettato sul maxischermo, i mondi creati da Tolkien, Orione visto la sera d’estate. La pizza Tandem del Babilonya. Silvano e la Leda.

 

E le ore ed ore passate con lei a ridere, scherzare e parlare fino a sorprenderci che fosse l’alba…

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